Il sole si alzò come tutte le mattine, e illuminò la città
svuotata. I panettieri non giravano in bicicletta, i postini non suonavano i
campanelli, i vecchi insonni non bevevano il caffè al bar. Soltanto i cani,
c’erano soltanto i cani, senza padroni. Dopo molti anni avevano imparato ad
arrangiarsi, scendevano ogni mattina, si facevano il giro dell’isolato, si
fermavano a qualche angolo, sollevavano la zampa qui o là. S’incontravano fra
loro e si annusavano curiosi, qualche abbaio, ma per lo più indifferenza. I
cani grandi ignoravano quelli piccoli e i cani piccoli s’accontentavano di
qualche rapida corsetta fra loro. In generale vigeva una sorta di tranquilla
apprensione, non volevano perdere troppo tempo, e non se la sentivano di
divertirsi spensierati mentre i loro umani se ne stavano rintanati in casa
attanagliati dalla paura. Così, con molto senso della responsabilità, i cani
ogni mattina uscivano dal portone, e gironzolavano quanto necessario a
espletare i propri bisogni, e prendere quella salutare boccata d’aria di cui
avevano bisogno, e poi se ne tornavano, a coda bassa, a occuparsi dei propri
umani, a far loro da medicina degli affetti.
Il momento era difficile, avevano una responsabilità.
A cura di Stefano Zampieri - Consulente Filosofico
sabato 4 aprile 2020
venerdì 3 aprile 2020
Era giovedì, era ancora freddo, non era marzo, non era
primavera. Le strade erano deserte, i pochi passanti infreddoliti camminavano
veloci, a testa bassa, con la borsa della spesa in bella evidenza, attenti a
non incrociarsi. Ognuno nella propria corsia. Salvi perché soli.
Ma da un portone, che s’apriva lentamente, usciva guardingo
Franchino Marengo detto Frank. Perché anche quando tutto sembra andare a
rotoli, e la vita appare sospesa per decreto, il bene e il male continuano la
loro storia di battaglie, di scontri, di incertezze, e Frank, nella sua
semplicità di ladro di appartamenti sapeva qual era il suo destino: un
economista l’avrebbe chiamata redistribuzione del reddito. In fondo Frank non
faceva altro che togliere un po’ del superfluo, la vittima sarebbe
sopravvissuta, e lui avrebbe realizzato il sogno di avere, avere, avere le cose
del mondo anche senza lavorare. Uno scambio ineguale, ma nell’economia del
mondo una semplice variazione di fattori che non cambia la somma finale.
Ma ora era diventato tutto troppo difficile, Frank non
riusciva più a trovare una casa vuota, c’era sempre qualcuno, a ogni ora del
giorno e della notte. E allora come fare quell’onesto lavoro di topo
d’appartamento? «Forse basta chiedere» pensò Frank, suono il campanello, mi
presento, dico che in una situazione normale avrei sottratto i gioielli della
nonna, l’avanzo della pensione, l’orologio della comunione, la medaglia d’oro,
il telefonino lasciato sul tavolo. Ma ora? Che si mettessero una mano sul
cuore, non dico tutto, ma datemi almeno una quota delle vostre ricchezze, meno
di quelle che vi avrei preso. In fondo vi ho scelto fra tanti, è toccato a voi,
non fatevene un cruccio, è il Destino.
Frank sapeva essere convincente, la gente dava, pur di
toglierselo di torno, la gente gli offriva una catenina, qualche banconota, un
orologio vecchio… Non era molto, ma Frank ci campava.
Quel giovedì, era mattina presto, era infreddolito, salì al
terzo piano, suonò il campanello, fece la sua perorazione, il vecchio signor
Bassi, un po’ ingobbito dagli anni, tossendo lo ascoltò, gli strinse la mano. E
quando Frank gli chiese «Allora, cosa mi dai?», Bassi tossì ancora, pallido e
leggermente sudato.
«Già dato, caro amico.»
Frank non capì subito, ma alla volta di domenica, tremando
di febbre, si rese conto. Ecco cosa gli aveva riservato il Destino.
giovedì 2 aprile 2020
5 SPAZIO
D’improvviso, camminavo come tutte le mattine fra il bagno e
la cucina, forse un po’ più addormentato del solito, l’abitudine di alzarmi
presto al mattino non mi liberava dall’onere di quei dici minuti di incoscienza
in cui si cammina come un fantasma, e gli occhi restano semichiusi e ci si
muove nella propria casa solo per forza di memoria, come avendo innestato il
pilota automatico. Bene, così ero io allora, dopo la pisciatina del mattino,
uno zombie che ciondolava infreddolito lungo il corridoio che dal bagno porta
al salotto e alla cucina. L’obiettivo, in quel momento era semplice: prepararmi
il caffè. Come una specie di droga rivitalizzante in grado di farmi aprire gli
occhi e di riconsegnarmi lucido alla esistenza di tutti i giorni. Ma non quel
giorno, non quella mattina.
Accede che, d’improvviso, il corridoio s’allungò. Di solito
bastavano una decina di passi per raggiungere la cucina, ma non quella volta,
dopo i primi dieci, dovetti farne altri dieci e poi ancora dieci e ancora non
ero arrivato. Pensai che dovevo essere davvero ancora molto addormentato,
perché avevo perso il senso dello spazio. Accade in sogno che le distanze si
allunghino, che si corra restando fermi, che si cerchi inutilmente di fare un
passo. Ma io non stavo sognando. Forse non ero del tutto sveglio, ma stavo
camminando, di questo ero certo. Quanto ero ceto del fatto che i corridoio
s’era d’improvviso dilatato, allungato, espanso in modo indefinito, come se ad
ogni passo che io facevo si aggiungesse un altro metro, e io mi ritrovassi
nella situazione di Achille che insegue una tartaruga senza mai poterla
raggiungere.
Tuttavia dopo un numero indefinito di passi, certo superiore
a ogni ragionevole attesa, giunsi finalmente alla cucina, e mi avvicinai alla
dispensa per cercare il caffè. Ma anche qui si verificò lo stesso fenomeno. La
cucina di dilatava, si ampliava, si stirava come una superficie di gomma, io
cercavo lo stipetto e dovevo camminare cinque minuti per arrivarci, mi giravo
verso o fornelli e di nuovo dovevo ciabattare come fossi impegnato in una
marcia. Quando finalmente riuscii a sedermi con una tazza di caffè bollente in
mano, guardai fuori dalla finestra, come facevo ogni mattina, ma la finestra
era lontanissima, era lì in fondo a quel salone smisurato, nel quale i miei gesti
si perdevano e i rumori del caffè, della tazzina, della mia raucedine,
risuonavano vuoti come se mi trovassi da solo in una piazza deserta.
Guardai fuori. Stranamente quel giorno, fuori dalla
finestra, invece non c’era nessuno spazio, la strada, le case, gli alberi, il
salto di quattro piani da lì a giù, tutto cancellato. Come se sulla finestra
qualcuno avesse attaccato una fotografia, un foglio di carta dipinto, una
immagine piatta, senza profondità.
Tutto lo spazio era dentro casa. Non c’era più spazio fuori
di lì.
mercoledì 1 aprile 2020
4 CONTATTO
L’importante è non toccare mai niente. Rosa si mise le
scarpe coi tacchi perché erano quelle che riducevano al minimo il contatto con
il suolo. I guanti di gomma, la mascherina.
Non è difficile evitare il contatto con gli altri, più
complicato e non toccare le cose. A meno che non si impari a volare, la strada
bisogna toccarla, e poi il pavimento del supermercato, è inevitabile, e si sa
che da ogni contatto comincia un pericolo. Le porte del supermercato sono
automatiche, ma poi il carrello? Prenderlo con le mani? Toccare proprio lì dove
tutti hanno toccato prima di te? Rosa era astuta e attenta, non intendeva farsi
fregare.
Usò un gancio portato da casa, garantito sterile, e con quello
spinse il carrello, contatto a distanza, il gancio poi a casa lo avrebbe
gettato in una bacinella d’alcool. Facile.
E così per le cose sugli scaffali, sempre col gancio. Non
era semplicissimo in verità, le cose sfuggono, le bottiglie rischiano di cadere
e frantumarsi, i barattoli sono tondi e scivolosi. Ci vuole abilità, non basta
l’ingegno. Ma Rosa era spinta dalla necessità, e diventava ogni giorno più
abile. Il carrello si riempì, piano piano, girando per le corsie, fermandosi
quando c’era il rischio di avvicinarsi a qualcuno, affrettandosi quando ci si
voleva allontanare da qualcun altro.
Alla cassa, di nuovo un lavoro di gancio, con abilità, anche
perché l’esperienza fa esperti, le cose che hai saputo afferrare dallo scaffale
ora sai anche come prenderle per depositarle sul nastro della cassa. E per pagare, Rosa non aveva dubbi, la carta
che si avvicina alla macchinetta, nessun contatto. Perfetto.
Rosa mise i suoi acquisti nella borsa che si era portata da
casa e così attraversò le porte automatiche. Perfetto. Contatto zero. Nel
tragitto verso casa cerò di respirare poco, il minimo indispensabile. Meno
respiri, meno possibilità di ingoiare il male.
Aprì la porta di casa senza toccarla, solo spingendola con
le chiavi infilate nella serratura. Prima di entrare si era tolta le scarpe e
le aveva lasciate fuori sul pianerottolo.
Finalmente la porta si schiuse dietro di lei. Salva. Un
altro giorno senza contatto. Si tolse tutti gli abiti, i guanti, la mascherina,
gettò tutto nel secchio della sterilizzazione. Si guardò allo specchio, Rosa
vide il suo volto pallido di giovane donna malata. Era contenta, quel giorno
aveva salvato molte vite umane.
lunedì 30 marzo 2020
3 ARIA
L’aria umida e pesante si infiltrava ovunque. Sospinta da un
vento teso e ostinato, entrava in ogni spazio della città, premeva su porte e
finestre, agitava gli alberi, scivolava sui tetti, circondava le auto parcheggiate,
faceva vibrare i cartelli stradali.
Non c’era nessuno. Gli abitanti erano tutti barricati nelle
loro case, intenti a respirare un’altra aria, un’aria del tutto diversa,
sintetica, conservata preziosamente entro certi alti barattoli a cilindro, che
il distributore lasciava fuori della porta di casa come un tempo si lasciavano
le bottiglie del latte.
Aria buona, ma non la stessa per tutti. C’era chi poteva
permettersi l’aria di alta montagna, l’aria himalaiana, chi quella delle
colline, chi preferiva investire in un’aria leggermente profumata di zenzero e
cannella, aria d’oriente, oppure gli intenditori si contendevano la gelida aria
polare o quella calda e morbida polinesiana.
E c’era invece chi si doveva accontentare dell’aria della
periferia, di quella dei capannoni industriali, degli avanzi delle arie già
respirate dagli altri. Arie da pochi soldi, per la massa, per la genti di gusti
grossolani. Quale che fosse, ognuno respirava la propria. Mentre fuori il vento
venefico soffiava senza tregua, portando ovunque notizia di quel virus che
tutti ormai avevano imparato a conoscere.
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