A cura di Stefano Zampieri
responsabile di Zona Filosofica

Oltre la consulenza / counseling



di Stefano Zampieri


La Philosophische Praxis ha occupato fin da subito in Italia uno spazio al limite con le pratiche psicoterapeutiche. Sia perché il confine tra filosofia e psicologia non è così netto come sembra e come filosofi e psicologi – gli uni contro gli altri armati – vorrebbero farci credere. Sia perché in entrambi i casi la domanda determina l’offerta.
Venduta come attività professionale la consulenza / counseling assume comunque la parte di una pratica d’aiuto alla persona perché questo è ciò che la persona è disposta ad acquistare, perché l’aiuto è ciò che il filosofo / counselor è in grado di vendere.
Certo fra le due pratiche ci sono delle differenze d’impianto e di natura, che derivano essenzialmente dalla flessibilità semantica dei termini come aiuto o disagio, dalla possibilità di esplicitare o meno alcuni passaggi, dalla opportunità o meno di fissare alcuni obiettivi, ma sono in fondo solo sfumature, buone per costruire polemiche, oppure per fondare associazioni distinte. Resta il fatto che, pur con modalità in parte diverse, pur con finalità in parte diverse, pur con impianti teorici in parte diversi, il filosofo consulente e il counselor filosofico finiscono per vendere lo stesso prodotto. Ed è il prodotto di cui l’uomo d’oggi ha bisogno.
Ora, la questione non è se tra le rispettive attività ve ne sia una che vende aiuto e una che non lo fa, perché entrambe, di fatto, operano, in modi parzialmente diversi, sullo stesso mercato. Ed è un mercato più che legittimo: c’è una domanda reale in tal senso, filosofi consulenti e counselor filosofici possono offrire una risposta meno banale di tante altre, meno cinica e predatoria di altri approcci, certamente più sana. Quindi buon lavoro ad entrambi.
Però… c’è un però. Proviamo ad interrogarci un po’ più in profondità sulla natura stessa di questo “mercato”. Qui abbiamo bisogno a nostra volta dell’aiuto del grande filosofo e sociologo polacco Zygmunt Bauman la cui vastissima opera ci offre una lettura del tempo presente che io ritengo imprescindibile per chiunque voglia fare i conti con la realtà della vita, e dunque primo fra tutti proprio il filosofo consulente / counselor filosofico che con le contraddizioni e i disagi della realtà quotidiana si deve confrontare continuamente. Nozioni chiave come quella di liquidità, o di cittadinanza globale, o dell’uomo modulare, concetti come quelli della sicurezza e dell’incertezza, tematiche come quelle del rischio, dello sradicamento, della secessione, dovrebbero essere patrimonio condiviso di tutti coloro che si occupano della esistenza vissuta degli uomini non solo da un punto di vista sociologico, ma altrettanto da quello filosofico, politico o psicologico.
Tuttavia, proprio nella sua opera incontriamo una delle critiche più profonde e più coerenti nei confronti delle pratiche di “consulenza”, osservazioni che inevitabilmente coinvolgono anche la consulenza filosofica / counseling filosofico. Per non lasciare, dunque, senza risposta osservazioni così rilevanti e impegnative, mi pare molto opportuno provare a riflettere seguendo le diverse argomentazioni che Bauman elabora intorno a questa tematica.
Osserviamo, in primo luogo, come egli descriva l’humus, il terreno fertile sul quale ogni forma di consulenza può crescere e svilupparsi. Secondo l’interpretazione di Bauman, la condizione in cui viviamo oggi è caratterizzata da un sentimento diffuso di insicurezza, che nessun sistema politico, e nessuna organizzazione sociale risultano in grado di cancellare. Per descrivere tale situazione, Bauman si serve, in più luoghi, di una immagine molto efficace: viviamo costantemente con quella sensazione, egli dice, che possono provare i passeggeri di un aereo nello scoprire che non c’è nessuno ai comandi. Sulla stessa scia, il sociologo Antony Giddens, usa un’altra immagine non meno efficace: viviamo nella condizione di chi si trovi a bordo di uno di quegli immensi “bisonti della strada”, quei Tir pesantissimi e potentissimi, lanciato a tutta velocità, e che cerchiamo con enorme fatica di manovrare.[1]
Così, dunque, in questa condizione di insicurezza e di concomitante mancanza di punti di riferimento sicuri, ogni progetto di costituire la propria identità suona incerto e velleitario. L’idea di costituire una identità solida, di elaborare un piano di vita coerente e impegnativo nel tempo, appare inficiato dall’imprevedibile mutabilità degli eventi e dalla costitutiva insicurezza che li caratterizza.
Tutto ciò che acquisiamo nel tempo, tutto ciò che progettiamo per la nostra vita è destinato a mutare incessantemente, come se noi fossimo tenuti a perseguire una indefinita serie di nuovi inizi, di scelte repentine, di ricominciamenti, e ogni volta si corre il rischio di sbagliare tutto sotto la pressione della mutevolezza delle cose.
Secondo Bauman è questo il terreno su cui fiorisce inevitabilmente la pratica della consulenza in generale: “il mondo – egli afferma – è il luogo in cui fiorisce il counselling, una serra in cui crescono schiere sempre più numerose e variegate di esperti nel modo di fare qualcosa.”[2]
Secondo Bauman le incertezze della volontà che constatiamo noi tutti nel momento in cui dobbiamo scegliere, e che nella consulenza filosofica / counseling filosofico, aggiungo io, rappresentano una delle più tipiche situazioni da sottoporre al dialogo[3], non sono altro che il segnale di una costitutiva dimensione della realtà liquido-moderna, come lo definisce Bauman[4], nella quale tutto appare contingente, possibile incerto e sostanzialmente ambiguo. Nel momento in cui la modernità ha fatto cadere tutto ciò che era solido e affidabile, si è affermato in modo dirompente il “sospetto tormentoso che le cose non siano quali sembrano essere e che il mondo in cui ci è capitato di vivere non abbia fondamenti sufficientemente solidi da renderlo necessario e inevitabile”[5]. Di qui si apre il regno dell’incertezza, dell’ambiguità o della “ambivalenza” come talora Bauman la definisce. Tutta la storia dell’età moderna si può leggere in fondo come la storia di una battaglia contro questa condizione di incertezza e di ambivalenza, a colpi di regolazione normativa, di indottrinamento ideologico, di forme di controllo e di costrizione. Una battaglia, in definitiva, persa, perché oggi l’incertezza, l’ambiguità, l’ambivalenza, non solo non appaiono sconfitte o ridimensionate, ma anzi sono diventate funzionali alla condizione post-moderna.
L’incertezza non è più, oggi, un nemico pubblico, ma resta  un problema privato: privatizzato è stato soprattutto il compito di tenerla a bada: “L’ambivalenza – afferma Bauman – può  essere, come un tempo, un fenomeno sociale, ma ciascuno di noi la affronta da solo come problema personale (e, non come si affrettano a suggerire molti interessati consiglieri in quest’epoca di «boom delle consulenze», come colpa e afflizione personale).”[6] Ecco che allora ci troviamo nella situazione di dover fronteggiare le conseguenze di questa costitutiva e radicale incertezza, che diventa sistematica difficoltà di scegliere, ansia di sbagliare, pentimento per le scelte effettuate, ossessione per  quanto vi è, in ogni scelta, di rinuncia ad ulteriori possibilità. E allora “siamo costretti a ricorrere a quello stesso mercato di beni, servizi e idee mercificati (e anche, presumibilmente, di consigli e terapie) che costituisce il principale apparato di produzione dell’ambivalenza nonché il suo zelante e intraprendente distributore. Il mercato tiene in vita l’ambivalenza e l’ambivalenza tiene in vita il mercato.”[7]
È dall’insicurezza come motivo determinante della nostra esistenza, dunque, che comincia ad aprirsi lo spazio  in cui  si collocano le pratiche di consulenza, intese semplicemente come l’attività del presunto esperto impegnato a rassicurare ognuno di noi in merito al modo migliore di agire nella vita. Nel mondo liquido-moderno, è sempre più necessario “essere se stessi” anziché “come tutti gli altri”, e adattarsi alla inarrestabile mutevolezza degli eventi, con tutta la flessibilità possibile. Ma non solo, non è più sufficiente piegarsi alle necessità derivanti dalla esecuzione di un compito, perché il sistema fluido dei rapporti, la continua variabilità delle situazioni, l’esigenza di risposta immediata a domande impreviste e capricciose del mercato, esigono che il singolo sappia mettere in mostra doti personali, capacità di comunicazione, apertura, curiosità, capacità di mettere in mostra, e in vendita, interamente, il proprio carattere e la propria personalità.
Tutto questo non si impara da un libro, e ciò mette in crisi le forme classiche dell’educazione. Oggi ciò che fa la differenza non sono più le conoscenze, si chiede piuttosto di avere competenze operative, di saper essere e di saper fare, e tutto ciò lo si apprende molto meglio da un consulente che sappia scavare nella personalità individuale dove si presume possano trovarsi i giacimenti preziosi da portare alla luce e sfruttare per il successo personale.
Gli individui, allora cercano consulenti “che insegnino loro a camminare, e non insegnanti che li portino a incamminarsi su un’unica strada, già molto affollata.”[8]  Il consulente, meglio di chiunque altro, appare in grado di aiutare nel difficile processo dell’operare scelte, che è il gesto con il quale quotidianamente dobbiamo confrontarci e spesso ci mette in difficoltà. Perché la società contemporanea è fondata proprio su questa necessità continua di scegliere: l’uomo consumatore, infatti, è un uomo cui si offre una infinita varietà di possibilità entro le quali è continuamente chiamato a muoversi.
In questo quadro, dunque, fiorisce la professione del consulente i cui membri “forniscono il nuovo tipo di capacità negoziabili che sorgono dalla necessità di scegliere, tanto più ricercate quanto più le scelte si fanno abbondanti, complesse, scoraggianti.”[9]
Ma non è tutto, perché accanto e coerentemente con la condizione di insicurezza viviamo la realtà della mancanza di punti di riferimento, e su questo è il caso di soffermarci. L’uomo di oggi, infatti, sta vivendo una condizione senza precedenti di emancipazione dai vincoli della natura, e dei modi di vivere trasmessi dalla tradizione. Gli si offre ora l’opportunità di una vasta libertà di auto creazione. Tuttavia, allo stesso tempo, l’uomo d’oggi sconta una drammatica assenza di punti di riferimento, ed è proprio qui, in questa mancanza che, secondo Bauman, si apre nuovamente il campo d’azione del consulente: “Voglio essere chiaro: c’è una fastidiosa carenza di punti di riferimento saldi e attendibili, di guide affidabili. Questa carenza (paradossalmente, eppure non del tutto accidentalmente) coincide con una proliferazione di suggestioni tentatrici e offerte seduttrici di guida e orientamento, e con una marea montante di guide e manuali, e masse sempre più nutrite di consulenti.”[10]
È sotto gli occhi di tutti questo proliferare di una editoria rivolta, in modo ammiccante e fascinoso, a regalarci quelle certezze e quei punti di riferimento che la realtà ci nega, e ciò valga anche per il moltiplicarsi dei consulenti, sotto le più diverse forme. In realtà, però, dovremmo onestamente riconoscere che tale proliferare di aiutanti non produce affatto l’effetto sperato: se l’intendimento era quello di fissare dei riferimenti utili ad orientarci nell’incertezza e nella mutabilità della vita, il risultato è, in primo luogo,  quello di moltiplicare ulteriormente il campo delle possibilità e dunque anche il caos dei riferimenti, invece di semplificarlo e di chiarirlo, e in secondo luogo quello di spostare, soprattutto, la prospettiva dalla focalizzazione sulla società a quella sull’individuo.
In tanta varietà e pluralità di possibilità e di soluzioni personali finiamo per perderci, o per passare indefinitamente da una soluzione a un’altra come accade a coloro, e sono tanti, che di volta in volta sperimentano tutte le forme delle terapie d’aiuto, e poi quelle della meditazione, e quelle degli stili di vita orientali o naturisti, e via di questo passo, da una psicologia a una religione, da una filosofia a una pratica, da una ginnastica a una terapia.
D’altra parte nel nuovo mondo liquido moderno, è naturale che ci si senta disorientati dalla pluralità delle strade che il singolo si trova costantemente di fronte. Non è più possibile predire con certezza il futuro di un’esistenza, come a suo tempo sapevano fare teologi e politici, ma anche indovini e astrologi. È proprio questa straordinaria incertezza, questa sconfinata apertura di possibilità, come già si è osservato, che crea lo spazio per i consulenti, “dei cui servigi non c’è mai stata domanda tanto forte e offerta tanto abbondante quanto oggi.”[11]
Così, allora, i singoli scoprono l’origine dei loro disagi nel loro modo di essere: “insufficiente autoaffermazione, insufficiente cura di sé o auto addestramento, ma quasi certamente insufficiente flessibilità, un eccessivo attaccamento a vecchie abitudini, luoghi o persone, un’assenza di entusiasmo per il cambiamento e una reticenza a cambiare qualora fosse necessario.”[12]
Questa la diagnosi del consulente, e soprattutto queste le colpe attribuite al singolo, il quale  deve leggere in sé stesso un’autosufficienza che forse non è solo sua. Cominciamo a intravedere la chiave interpretativa che Bauman sta utilizzando in questa analisi. Riportata, allora, l’origine del malessere all’interiorità individuale, al singolo modo d’essere, allo stile di vita, dimenticandone o almeno oscurandone la portata collettiva e sociale, ecco che il consulente ha gioco facile nel suggerire il rimedio: “più autostima, auto attenzione e cura di sé, maggiore attenzione alla propria capacità interiore di trovare piacere e soddisfazione, nonché minore «dipendenza» dagli altri e minore attenzione alle altrui richieste di attenzione e cura; più distanza e più assennatezza nel giudicare tra ragionevoli speranze di guadagno e realistiche prospettive di perdite.”[13]
Qualsiasi sia il contenuto della pratica di consulenza, resta il fatto che essa opera comunque per riportare tutta l’attenzione all’individualità: errori, conseguenze spiacevoli, fallimenti, sono sempre e comunque imputabili solo a se stessi. Di fatto, così, il singolo dovrebbe reagire alla sua difficoltà richiedendo un maggiore spazio per sé a scapito dello spazio altrui, nella certezza che nessun impegno è veramente destinato a durare sempre. Il punto è proprio questo, nel clima di insicurezza, di incertezza e di disorientamento in cui viviamo, è naturale la ricerca di una soluzione privata, e le pratiche consulenziali tendono a ribadire proprio questa scelta.
“L’insicurezza – precisa Bauman – attanaglia tutti noi, immersi come siamo in un impalpabile imprevedibile mondo fatto di liberalizzazione, flessibilità, competitività ed endemica incertezza, ma ciascuno di noi consuma la propria ansia da solo, vivendola come un problema individuale, il risultato di fallimenti personali e una sfida alle doti e capacità individuali.”[14]
Questa dimensione di insicurezza dilagante non si arresta nemmeno di fronte alle relazioni umane, che appaiono dunque esse stesse in via di dissoluzione, perché non si riesce più a concepire un rapporto se non a termine, possibilmente breve. È il destino di chi, come noi, è stato addestrato fin da piccolo ad essere consumatore (tanto quanto i nostri predecessori nell’epoca della modernità solida, venivano addestrati ad essere produttori).
Questo processo di addestramento che inizia fin dall’età dell’infanzia, si prolunga poi lungo tutto l’arco della vita, attraverso la pubblicità, la televisione, i media in generale, la diffusione di stili di vita adeguati ai tempi, per arrivare fino “agli ossessionanti esperti-consulenti che offrono le ricette più all’avanguardia, frutto di accurate ricerche e sperimentazioni di laboratorio, per individuare e risolvere i «problemi della vita».[15] Secondo Bauman ciò che questi esperti nel mondo delle relazioni finiscono per trasmettere all’utente consumatore, è appunto la logica del consumo, per cui appena il rapporto sembra indebolirsi va cambiato, e che quindi relazionarsi va inteso piuttosto come un mantenere la distanza, un lasciarsi la porta sempre aperta ad altre esperienze, un essere sempre pronti a cambiare rapporti come si cambia look o pettinatura.  “Quello che impariamo dagli esperti di relazioni è che l’impegno, e in particolare l’impegno a lungo termine, è la trappola che chi cerca di «relazionarsi» dovrebbe evitare più di qualsiasi altro pericolo.”[16]
Certo, il filosofo consulente / counselor filosofico non è solo un esperto di relazioni, anche se, di fatto, i motivi per cui la gente gli si rivolge ruotano per lo più proprio intorno alle questioni relazionali, e quindi lo diventa di fatto. Per questo dovrebbe, a mio modo di vedere, essere ben consapevole del rischio che corre di trasformarsi in questa sorta di educatore al consumo ipotizzato da Bauman.
Questo, comunque, il cuore della sua argomentazione:  l’osservazione della nostra tendenza a vivere isolatamente le difficoltà imposte da una condizione di insicurezza costituzionale e di conseguente crisi delle relazioni e in generali dei modi di essere tradizionali. Intendiamoci, anche qui dobbiamo riconoscere il portato storico della condizione fortemente individualistica centrata sul presente del consumo illimitato, che governa il nostro tempo e la nostra società. Una condizione in cui ognuno di noi è ridotto a spettatore di eventi ai quali partecipa passivamente senza determinarli e senza comprenderne adeguatamente le dinamiche. In questa condizione viviamo un processo di soggettivizzazione dei rischi e delle contraddizioni, che ci porta a cercare  ovunque “soluzioni personali a contraddizioni sistemiche; cerchiamo la salvezza individuale da problemi comuni”[17], senza renderci conto del fatto che ogni soluzione privata diventa di fatto una soluzione solo apparente perché perpetua il gesto originario dell’isolamento e dunque certo non lo risolve. “Paure, ansie e risentimenti sono fatti in modo tale da dover essere sopportati in solitudine; non si sommano, non si coagulano in una «causa comune», non possiedono un «destinatario naturale».”[18]
Piuttosto così si perpetua l’equivoco per cui da un lato l’individualizzazione fa sì che non si possa più incolpare qualcun altro delle proprie frustrazioni e dei propri guai, ma al contempo ci si trova nella situazione di non poterci tirar fuori dai guai da soli al modo del Barone di  Münchausen che si salvava dalla caduta prendendosi per i capelli.
E da questa contraddizione non si esce, perché di questo essenzialmente si tratta, del fatto che viviamo con straordinaria incertezza il momento in cui dobbiamo scegliere, il momento in cui dobbiamo emettere un giudizio, il momento in cui dobbiamo collocarci rispetto ai fatti del mondo e al tessuto di relazioni in cui siamo presi. È un dato epocale: il tempo del mondo solido, delle certezze, della fiducia nella ragione, della sacralità, è ormai venuto meno e quindi la volontà esita, disorientata di fronte a tutte le possibilità che le si offrono, e l’azione assume un carattere di costitutiva contingenza.
Ma come possiamo fondare i nostri giudizi e le nostre scelte dunque? Oggi sono soltanto due le fonti di autorità alle quali siamo disposti intimamente a dare credito, la prima è quella dei numeri, che fissano eventi, fatti, condizioni con una solida e immobile veridicità. Il numero è quello, è sicuro e più è grande meno è probabile che sia errato, di fronte ai numeri ogni opinione deve piegarsi, la stessa politica ormai utilizza il dato numerico statistico – il PIL, i tassi di rendimento, lo spread, ecc. -  come arma per definire senza repliche possibili l’inesorabile necessità delle proprie decisioni.  E d’altra parte, l’altra fonte di autorità capace di fondare i nostri giudizi (e le nostre scelte) garantendo la loro affidabilità, è “l’autorità degli esperti, persone «che ne sanno più di noi» (il cui campo di competenze è troppo vasto perché possiamo esplorarlo e verificarlo).”[19]
Chiaramente è proprio da questa convinzione che si sviluppa il mercato della consulenza, e in particolare quello della consulenza rivolta all’esistenza. Ma se davvero fosse così, non potremmo che convenire con Bauman e quindi ritenere anche la consulenza filosofica /counseling filosofico coinvolta in una impresa impossibile perché “non esiste nessuna strategia personale che possa arrestare (e tanto meno prevenire) i capricci delle «opportunità della vita», o che possa almeno attutirne o superarne l’impatto”[20]
Il rischio, infatti, è che il lavoro di consulenza si concentri in una tormentata ricerca di interiorità, una ricerca decisa a far emergere tutto quello che siamo indotti a immaginare che ci sia. Così se ci si ammala si dà per scontato che sia perché non ci si è presa sufficiente cura del proprio organismo, e perché non si è seguito il corretto regime dietetico e igienico sanitario; se si resta disoccupati è perché non si è stati capaci di affrontare correttamente il colloquio di lavoro o perché si è stati pigri e inefficaci nel cercarlo, se lo si è perso è perché si è stati scansafatiche e non si sono accettate le proposte vantaggiose quando ci venivano offerte; se si è in crisi di fronte alle prospettive del proprio futuro è solo perché non siamo abbastanza bravi a determinarlo. E via di questo passo.
In realtà questa operazione di individualizzazione dei problemi e delle colpe serve soltanto a commercializzare anche questo aspetto dell’esistenza, obbedendo così al mandato imperativo della società dei consumi che non può lasciare nessuna aspetto della vita al di fuori del mercato.
“Nella nostra società di individui disperatamente in cerca della propria individualità – conferma Bauman – non manca chi, sulla base della propria qualifica, magari di una semplice autocertificazione, ci offre il suo aiuto (naturalmente al giusto prezzo) per farci da guida nelle oscure segrete della nostra anima, dove si troverebbe imprigionato il nostro io che lotta per uscire alla luce.”[21]
A questo punto, l’intero impianto di questa pratica consulenziale come già si è fatto notare, deve fare i conti con una serie di profonde contraddizioni: in primo luogo la pratica di consulenza pretende di manipolare una supposta interiorità, di cui però offre solo un’immagine limitata, se non addirittura falsata, nel momento in cui la separa dal mondo reale della vita, dei rapporti, dei gesti e ne fa piuttosto un ambito circoscrivibile (di discorsi, di esercizi, di metafore, di immagini) intorno a cui realizza un vero e proprio mercato (della consulenza, delle pratiche di benessere e di cura dell’anima, dell’editoria specializzata).
In secondo luogo la pratica di consulenza così intesa contribuisce ad alimentare quella caotica pluralità di soluzioni apparentemente possibili e a disposizione del singolo per la risoluzione privata dei suoi problemi, ma così invece di ridurre incertezza, insicurezza e mancanza di punti di riferimento, li amplifica e se ne serve come premessa necessaria del suo lavoro.
Infine, puntando alla soluzione individuale di problemi collettivi una pratica così realizzata finisce per indurre un atteggiamento profondamente impolitico, che ignora o almeno sottovaluta la dimensione della vita associata e contribuisce in questo modo a creare quella situazione per cui “ci andiamo abituando all’idea che il nostro itinerario di vita individuale sia l’unica realistica preoccupazione e l’unico terreno su cui concentrare un’azione che sia efficace e non uno spreco di tempo.”[22] C’è poco da fare, i consulenti, osserva Bauman, “hanno costantemente timore di oltrepassare l’area recintata del privato. Le malattie sono individuali, e altrettanto le terapie; le preoccupazioni sono private, e altrettanto i mezzi per combatterle.”[23] In questo senso il lavoro dei consulenti sembra appartenere a quella “politica della vita” che ben si distingue dalla politica in senso stretto, e che si occupa di quanto le persone potrebbero fare da sé e per sé, ovvero ciascuna per se stessa, e non piuttosto a quanto potrebbero raggiungere tutte insieme, e per ciascuna di esse, se unissero le proprie forze.[24]
Secondo questa lettura della modernità liquida e della società dell’incertezza, il consulente / counselor  filosofico potrebbe essere egli stesso parte di tale apparato che da un lato contribuisce ad allargare, sviluppare, confermare l’incertezza delle cose e delle scelte, problematizzandole, mostrando le alternative, aprendo lo scenario delle possibilità, e dall’altro lato pretenderebbe di intervenire sulle incertezze individuali per risolverne e contenerne gli effetti negativi. Se fosse davvero così, tale attivià risulterebbe perfettamente funzionale al perpetuarsi della condizione post-moderna.

La critica radicale alla consulenza che Bauman ci prospetta, deve porci , a mio modo di vedere, di fronte ad una scelta altrettanto radicale: per chi si occupa di consulenza filosofica /counseling filosofico si tratta cioè di scegliere in modo netto tra due prospettive: quella perfettamente delineata nella ricostruzione del sociologo, la prospettiva di seguire il flusso della nostra condizione liquida moderna accettando di essere soltanto una delle molte componenti di questa fluidità, dando così vita ad una pratica professionale del tutto coerente con l’impianto della società dei consumi e della condizione dell’individualismo incerto, dell’individualità inconclusa e incoerente, della socialità disgregata, del tutto inabile a modificare realmente questa condizione perché anzi contribuisce a perpetuarla e confermarla.
Dall’altra parte si tratterebbe di assumere invece una prospettiva critica, imboccando un percorso di analisi di questa condizione, di svelamento dei suoi presupposti, di messa in luce delle sue contraddizioni, di confronto intorno alle possibilità che il singolo ancora possiede di emanciparsi da questa condizione adottando stili di vita più rispettosi della propria umanità sociale, pur senza alcuna pretesa di smontare dalle fondamenta l’intera impalcatura che sorregge l’uomo d’oggi, ma certo accettando la sfida che questa realtà ci impone.
Il filosofo, da questo punto di vista, si può assumere, se vuole, se decide di farlo, simile compito, di sollecitare alla consapevolezza individuale e collettiva, di chiamare al confronto con l’altro, con gli altri, alla condizione delle sofferenze e delle difficoltà, alla misura della propria responsabilità individuale e collettiva, alla presa d’atto del posto che ognuno di noi riveste nella società, alla delineazione  dei ruoli che ognuno di noi interpreta in questo grande gioco collettivo. Egli può dunque, perché possiede gli strumenti per farlo, porsi il compito di superare la condizione di indifferenza, e di elaborare viceversa una forma avanzata di soggettività morale.
Piuttosto che mettersi al servizio dei processi di individualizzazione che caratterizzano la società contemporanea, la filosofia che torna alla vita deve articolarsi come pratica di cittadinanza, ove il ruolo del cittadino deve essere inteso proprio come l’opposto di quello dell’individuo: tanto questi è concentrato sulla propria esclusiva interiorità, quanto piuttosto quello appare “incline a cercare il proprio benessere attraverso il benessere della città”[25], rivalutando espressioni come “causa comune”, “bene comune”, “buona società”, “società giusta”, ecc. Così, mentre la società cerca di riempire uno spazio pubblico preventivamente svuotato, con le rappresentazioni di una intimità spettacolarizzata, di una individualità fatta di immagini e di suggestioni, di una sapere teatralizzato, il cittadino prova a riempire nuovamente lo spazio pubblico del suo contenuto originario, facendone di nuovo lo strumento per chiudere, come dice Bauman, l’abisso che oggi separa la realtà de jure dell’individuo, da quella de facto, che si può sintetizzare nella condizione di uomini e donne capaci di tornare “padroni del proprio destino e in grado di fare le scelte che hanno veramente a cuore”[26]: riconquistando così una libertà, un’autonomia individuale, una capacità di autodeterminazione che appaiono proclamate di diritto ma poi mortificate nei fatti. “L’individuo de jure – conclude Bauman – non può trasformarsi in individuo de facto senza prima diventare cittadino.”[27]
La critica radicale alla consulenza proposta da Bauman è, dunque, da considerarsi davvero utilissima perché ci dà l’occasione di metterci come filosofi praticanti di fronte alla necessità di una scelta altrettanto radicale, di fronte al bivio in cui essa oggi si trova: adattarsi all’esistente, confermandolo, o contribuire ad aprire il passaggio verso una nuova inesplorata condizione. Qui appunto tutto dipende dalla nostra libera scelta.


 [Una prima versione di questo saggio, assai diversa nella premessa e nelle conclusioni, è stata pubblicata sulla rivista  Phronesis, a. X, n. 18, aprile 2012, pp. 9-21]





[1] La prima immagine si trova ad esempio in Z. Bauman, La solitudine del cittadino globale, Milano, Feltrinelli, 1999, p.28, ma anche in Modernità Liquida, Roma.-Bari, Laterza, 2011, pp.57-58; la seconda in A. Giddens, Le conseguenze della modernità, Bologna Il Mulino, 1994, p. 138,
[2] Z. Bauman, La solitudine del cittadino globale, cit.,  p. 28,
[3] Per una panoramica delle tematiche più frequenti in consulenza filosofica si veda la mia ricerca                 I temi della consulenza filosofica. Un’indagine, in «Phronesis», a. VII, n. 13, ottobre 2009, pp. 29-44
[4] Cfr. Z. Bauman, Modernità liquida, cit., oppure, Vita liquida, Roma-Bari, Laterza, 2008
[5] Z. Bauman, La società individualizzata,cit., p. 78
[6] Z. Bauman, La società individualizzata, cit.,  pp. 91-92.
[7] Ivi, p. 92.
[8] Z. Bauman, Capitalismo parassitario, Roma-Bari, 2009, pp. 50-51
[9] Ivi, p. 138
[10] Z. Bauman, L’etica in un mondo di consumatori, Roma-Bari, Laterza, 2011, p. 25
[11] Z. Bauman, Amore liquido, Roma-Bari, Laterza, 2006,  p. 81
[12] Ibidem
[13] Ibidem
[14] Z. Bauman, Voglia di comunità, Roma-Bari, Laterza, 2003, p. 9
[15] Z. Bauman, Intervista sull’identità, a cura di B. Vecchi, Roma-Bari, Laterza, 2003, p. 109
[16] Ivi, p. 110
[17] Z. Bauman, Voglia di comunità, cit.,  p. V. Da notare che Bauman riprende qui e altrove una argomentazione originariamente di Ulrich Beck, vedi di quest’ultimo La società del rischio, Roma, Carocci, 2000,  p. 197
[18] Z. Bauman, La società individualizzata, cit., p. 36
[19] Z. Bauman, Voglia di comunità, cit., p. 62
[20] Z. Bauman, La società sotto assedio, Roma-Bari, Laterza, 2005, p. 213
[21] Z. Bauman, Vita liquida, cit., p. 6
[22] Z. Bauman, La società sotto assedio, cit., p. 239
[23] Z. Bauman, Modernità liquida, cit., p. 65
[24] Ibidem, vedi anche Z. Bauman, Modernità liquida, cit., pp. 65-66
[25] Z. Bauman, Modernità liquida, cit.,  p. 28, cfr. anche pp. 34-35
[26] Z. Bauman, La società individualizzata, cit., p. 138
[27] Ivi, p. 139

2 commenti:

  1. Interessante analisi se non avesse come presupposto un equivoco derivato forse dalla polemica cui fai riferimento: consulenza non è l'equivalente di counseling (o counselling nella versione british). Purtroppo la traduzione che in Italia si è fatta dell'espressione Philosophische Praxis è stata una vera sciagura per la disciplina perché oggi potremmo discuterne su basi diverse.
    L'analisi di Bauman non fa una piega ma la Philosophische Praxis non è nata per essere consulenza secondo l'accezione che ne dà il sociologo polacco ma – come ben sai per avermelo insegnato anche tu - per filosofare direttamente con le persone, per riaccendere in loro la capacità di pensare in proprio, di affinare la personale filosofia (fosse pure contro corrente e antisistema). In questo senso anch'essa offre una forma di aiuto (si dà una mano a qualcuno che è impigliato in un pensiero asfittico) ma non secondo il modello della “relazione di aiuto centrata sul cliente” tipica del counseling – che è una precisa struttura concettuale con i suoi derivati e corollari di metodo, di approccio e di strumenti e non una mera espressione del linguaggio comune. Non è offensivo per nessuno mantenere chiara questa distinzione che non delegittima né il counseling né la consulenza.
    C'è un punto importante da non perdere di vista: la Philosophische Praxis ha una valenza politica esattamente come la filosofia. Questo è il suo discrimine e lo sanno perfettamente, in altro contesto, coloro che provano a ridurla ai minimi termini nei programmi scolastici da cui prima o poi verrà eliminata. Diranno che ci sono cose più utili da imparare ma sappiamo bene che il messaggio implicito è che “far pensare è pericoloso, meglio evitare”. Il senso della Philosophische Praxis è dire no proprio a questo paradigma, fin dall'orgine. E' una pratica, si, ma di resistenza.

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  2. Cara Marta,
    condivido tutte le cose che scrivi, ma forse non sono riuscito a spiegarmi bene, so bene quali sono le differenze teoriche tra consulenza e counseling, ciò che sostengo è nelal pratica operativa, il consuilente filosofico e il counselor filosofico agiscono nello stesso mercato. E quindi, poichè la domanda condizone l'offerta, finiscono per fare cose indistinguibili. La polemica erstya puramente teorica, perchè le diverse intenzioni, le diverse finalità, e perfino la difversitàò diparte dei mezzi, si riducono a questioni marginali nel momento che entrambe le pratice insistono sullo stesso terreno di economia dell'esistenza. Che le intenzioni siano diverse, e che gli opoeratori si pensino diversi fra loro non dice nulla al 0potenziale fruitore che continuerò a chiedere di comprare un aiuto al proprio disagio. Allora, io sostengp che se davvero vogliamo "salvare" la consulenza filosofica "come noi la intendiamo" (e sia chiaro che l'intenzionalità non è una verità assoluta ma solo una possibilità, un modo, una forma intorno alla quale alcuni di noi si sono incontrati - , non c'è altro da fare che "abbandonarla". Intendo: fare un salto radicale, e accedere a quella che ho chiamato FASE DUE. Ma per questo c'è bisogno di un lavoro comune, coraggioso e determinato. Stefano

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