A cura di Stefano Zampieri
responsabile di Zona Filosofica

martedì 1 settembre 2020

Conversazioni sulla prassi filosofica

 


Da lunedì 7 settembre2020 ogni settimana un video di approfondimento della prassi filosofica. Un vero e proprio percorso conoscitivo e di riflessione. Da non perdere!

martedì 18 agosto 2020

Settembre filosofico

                                                  

Dal prossimo mese di Settembre su questo blog riprenderà la riflessione su Consulenza Filosofica e Pratiche Filosofiche: proposte, analisi, novità, ipotesi di lavoro, polemiche, si riprende alla grande!

martedì 12 maggio 2020


13  SILENZIO

Martedì, faceva un po’ più fresco del solito, ma era il giorno del silenzio e nessuno ci faceva caso. Marco, seduto come al solito in terrazza, per studiare l’ultimo esame di filosofia, si arrotolava una sigaretta pensando a sua madre a suo padre che gli facevano pressione tutti i giorni perché la finisse di  studiare una buona volta e si trovasse un lavoro. Nel giorno del silenzio non poteva che rispondere agli sguardi dei suoi con altri sguardi e il discorso si arenava lì, ed era meglio così. Si accese la sigaretta e guardò fuori. Nel giorno del silenzio l’impossibilità di parlare ci rendeva tutti più capaci di ascoltare. Ma, per paradosso, proprio nel momento in cui tutti erano più sensibili e più ricettivi, accadeva che nell’aria dominava soprattutto un insolito silenzio. Come non accade mai nella vita comune. Non passavano auto, non si sollevavano saracinesche, non si urlava da una finestra all’altra, non si chiacchierava per strada, nessuno trascinava i piedi sull’asfalto, nessun campanello di bicicletta, nessuno parlava al telefono, nessuna televisione accesa. Nel giorno del silenzio si sentiva solo il silenzio, il frusciare del vento sugli angoli delle case, lo sfarfallare d’ali di un colombo, un cinguettio lontano. Se poi uno era dotato d’un udito particolarmente sottile, come Marco, avrebbe potuto sentire anche il respiro delle persone e il batter di ciglia e lo sbadiglio soffocato di chi si svegliava, e il fruscio della doccia dentro le case. Ma se qualcuno gli avesse chiesto «Cosa senti?», Marco avrebbe risposto con ragione «Il silenzio», e avrebbe sorriso perché ormai, il silenzio, si può ascoltare soltanto nel giorno dedicato. Gli altri giorni l’abbiamo cancellato.

domenica 3 maggio 2020


12   INVISIBILE

Quel venerdì c’era un bel sole. E l’aria si era riscaldata, quasi quasi pareva aprile. Ma le strade erano deserte. Luccicavano i tetti umidi dalla notte, le antenne si stagliavano sull’azzurro del cielo. I colombi tubavano nelle grondaie.
Ma nell’aria, controluce, si vedeva benissimo un certo pulviscolo, chissà polveri più o meno sottili, ma l’aria normalmente non si vede. E ciò che non si vede siamo portati a pensare che non c’è. Come se non ci fosse niente nell’aria, dunque. Come se l’aria stessa fosse niente. Ma allora cosa respiriamo?
Quel venerdì Silvano M., giovanotto di nessuna speranza, navigatore all’asciutto, video giocatore accanito, smanettone, troll, odiatore seriale, so era inventato una giustificazione a prova di controllo, ed era uscito di casa fingendo di portare un sacchetto di viveri alla nonna malata. In realtà la nonna stava benissimo, e il sacchetto se lo sarebbe riportato a casa, ma intanto, furbone, lui si sentiva autorizzato ad andarsene a spasso per la città, non che avesse qualcosa di preciso da fare, voleva solo verificare se il sospetto che gli albergava in testa da settimane, era fondato o meno.
Perché davvero non c’è niente di sicuro se non quello che puoi constatare di persona. E Silvano questo voleva fare: controllare, verificare, appurare, accertare, di persona, lui stesso, con i suoi occhi. Perché possono raccontarci quello che vogliono, ma da qualche parte questo virus deve pur essere. E allora si tratta di scovarlo.
Armato di una bella lente d’ingrandimento da filatelico, ma soprattutto da investigatore dei fumetti, Silvano prese a girare la città, osservando i particolari, perché è chiaro che è proprio nei particolari che s’annida il mistero. Le maniglie dei portoni, i campanelli, intorno ai tombini, le mattonelle del marciapiedi, il manubrio della bicicletta, le portiere della macchina.  
Incontrò un postino, con la sua bella mascherina e i guanti. Lo fermò, gli chiese di stare fermo solo un attimo, osservò le mani, la borsa, la corrispondenza, la bicicletta, lo osservò perfino sulla faccia, attorno alle labbra. Fin che quello s’irritò e se ne andò lanciandogli qualche improperio. E poi esaminò i sedili della fermata del tram, e arrivò il tram, lo prese, non c’era nessuno, scrutò attentamente le sedute, e i poggia mano, e le macchinette dei biglietti. Scese e proseguì verso il centro. C’erano da osservare mille particolari, le porte scorrevoli della banca, la panchina, il bidone della spazzatura, i ferri di un cancello, una passante con le borse della spesa. Cercò di fermarla, ma quella si rifiutò e allungò il passo. Si accucciò a esaminare i punti in cui la signora aveva poggiato i piedi, perché le suole delle scarpe sono infide. Esaminò persino le sue scarpe, nel dubbio. E poi si rialzò e riprese l’indagine. L’ingresso del supermercato, i carrelli, lì di sicuro avrebbe trovato qualcosa, provò a entrare e iniziò una sistematica analisi degli scaffali e delle merci più esposte, quelle che la gente tocca per esaminarla. Ma dopo un po’ si rese conto che non ce l’avrebbe mai fatta e che era preferibile un’indagine a campione. Lasciò perdere il settore cibo per animali, e anche quello della pasta, si concentrò invece sulla corsia dei detergenti e degli shampoo, perché la gente li prende in mano per leggere meglio le etichette, e poi sugli sportellini dei banchi frigoriferi, punti che tutti toccano. Li avrebbe trovato qualcosa.
Eppure, alla fine di tutto quel lavoro alla conclusione di una giornata intensa di ricerche, di ingrandimenti, di sguardi indagatori, di dubbi e di incertezze, il risultato fu chiaro, limpido, inequivoco. Silvano era arrivato a una conclusione assoluta che avrebbe reso noto quella sera stessa su tutti i social.  Il virus era invisibile per il semplice motivo che non esisteva. Non c’era proprio niente, da nessuna parte. Niente di niente. L’avrebbe scritto. Tutti dovevano sapere. La verità.

mercoledì 22 aprile 2020

11   CLIO
Il sole sorgeva dietro le case. Lucido, pulito, abbagliante. La città dava segnali di risveglio. I balconi si aprivano, le tapparelle si sollevavano, i primi fumatori si affacciavano. Sconosciuti si scambiavano un cenno di saluto. Era così da un po’. Era così il risveglio morbido di una città indolente, oziosa, una città in quarantena.
Ma quel giorno, era mercoledì per la precisione, da occidente avanzò qualcosa. Tutti quelli posti dal lato sbagliato della strada se ne accorsero osservando le facce dei fortunati posti dall’altra parte. Perché si videro gli sguardi mutare dalla opacità del sonno al brillare dell’incredulità. Quelli che avevano finestre dall’altra parte della casa si precipitarono per non restare tagliati fuori da quel che stava accadendo alle loro spalle, di qualsiasi cosa si trattasse.
Antonino che poteva muoversi per via del cane Astra, un labrador di tre anni, scese subito in strada e fece il giro dell’isolato, spinto dalla curiosità e dai segnali che venivano da quelli sui balconi che continuavano a indicare qualcosa col dito e a emettere versi di stupore incredulo. Antonino rallentò un poco, perché il ginocchio gli faceva male, doveva stare attento  non correre per non forzarlo. Una storia vecchia, un incidente, una lunga ripresa, un ricordo ormai.
Girò l’angolo, Astra prese ad abbaiare ma non di spavento, piuttosto di sorpresa, scodinzolando. Antonino si fermò all’incrocio. Non poteva andare oltre, la strada era occupata. Una donna, alta come un condominio di quattro piani, con una gonna rosa e una camicetta bianca vasta come la vela di un brigantino, e un fiocco tra i capelli come s’usava una volta. Impressionante. Ma non paurosa. Lo sguardo curioso, il volto sereno come di chi è sicuro di sé e sa quel che fa. Tutti la osservavano, dai balconi, Antonino era fermo di fronte a lei, Astra smise di abbaiare, e prese piuttosto a guaire debolmente. Antonino fece ancora un passo. «Chi è lei?» Chiese.  La donna rispose con una voce profonda che fece tremare i vetri delle finestre. «Clio».
Antonino restò immobile, avrebbe voluto fare altre domande, da dove vieni?, Che cosa vuoi? Che cosa sei? Sei un alieno? Sei un mostro? Ma la voce gli si fermò in gola. La donna sorrise, comprendendo l’imbarazzo.
«Niente paura. Me ne sto andando Qui non servo più a niente. Ma tornerò quando avrete di nuovo bisogno di me.»
Fu così che Clio con quattro passi lunghi se ne andò. La gonna sventolò nell’aria come il tendone di un circo spazzato dal vento di bufera. Antonino restò lì in mezzo alla strada, stupefatto. Poi si girò intorno, rivolto alla gente sui balconi. «L’avete vista anche voi?» Quelli risposero di sì. «Ma chi era?» Chiese nuovamente. Tutti tacquero, solo la signora Bastiani, grande compilatrice di cruciverba, rispose; «Clio, la Musa della Storia.»
Astra annusò l’aria e abbaiò contrariata. Antonino fece qualche passo nel luogo ov’era la donna e ora non c’era più nulla. Il ginocchio stranamente non gli faceva più male. 

lunedì 20 aprile 2020


10    BALCONI
Marina si sedette su una poltroncina di plastica sistemata nel terrazzino, accanto a lei i figlioletto di tre anni giocava con una cassetta di legno, metteva delle cose, toglieva delle cose. Sul terrazzino accanto Abidal e Dehel filippini magri magri, fumavano lentamente, da quando era stato chiuso i locale dove lavavano i piatti dieci ore al giorno, se ne dovevano stare a casa ma a casa non avevano nulla da fare, per fortuna c’era il telefono, e ogni tanto una sigaretta sul balcone. Salutarono con un cenno la signora Jole del primo piano, che stava sempre sul balcone anche prima, ora poi non se ne staccava mai, ci viveva proprio, sempre con una pezzetta in mano come chi è indaffarato a pulire, oppure vuol darsi un alibi e fa soltanto finta. Aveva un ruolo civico di controllo ben preciso, salutava i rari passanti e senza pudore chiedeva a chiunque «Va  a fare la spesa?» Se passava uno con il cane, chiedeva «Di che razza è?» certi le rispondevano, altri tentava nodi ignorarla, non conoscendone l’ostinazione. Perché lei insisteva «Va a fare la spesa?» Alla fine tutti qualcosa dovevano rispondere per poter passare. E non potevano arrischiarsi di non avere una solida giustificazione, viceversa la signora Jole li avrebbe inseguiti con le sue domande urlate sempre più forte, che alla fine tutto il quartiere usciva dalla finestra a vedere cosa stava succedendo, e chi era l’incauto.
Un martedì, sarà stato ormai dopo il sessantesimo giorno, passò una coppietta, mano nella mano, lui sigaretta in bocca, lei masticava, niente mascherina, niente guanti, come fosse un tranquillo pomeriggio di aprile. Marina si sporse per vedere, i due filippini si diedero di gomito in attesa della reazione della signora Jole di fronte a tanta impudenza.  E invece quelli passarono, come niente fosse, conversando tranquilli, senza fretta. Arrivavano dal fondo della strada. Passarono sotto il balcone della signora Jole, e niente, silenzio, non una reazione. Ma la signora Jole era lì, la si intravedeva, appoggiata a un cesto della biancheria, con uno straccetto in mano. Era lì ma non reagiva. Marina si sporse un po’ di più per vedere meglio, anche i due filippini buttarono fuori la testa per capire che cosa stesse succedendo, quale imprevisto potesse aver tacitato quel Cerbero di fronte alla sfrontatezza di due passanti senza giustificazione.
Ma dall’alto non potevano vedere chiaramente. Altrimenti avrebbero notato gli occhi fissi spalancati della signora Jole, e la sua bocca semiaperta, e il colore bianco esangue del suo volto. Ecc, era il suo turno. Un altro balcone sarebbe rimasto sguarnito. Non era il primo.

sabato 18 aprile 2020


9     SPIRITI

Era domenica e le chiese erano chiuse, Pochi passanti frettolosi, con il cane al guinzaglio. L’aria tersa. Gente sui balconi con la sigaretta, gente appoggiata alla ringhiera del terrazzo che guardava giù annoiata.
La chiesa dei servi di Maria, con quell’alto cappello proteso verso il cielo, era immobile. Silenziosa. Abbandonata. Il crocifisso in cima al tetto svettava nitido nel contro l’azzurro dell’altezza, l’infinito si svolgeva come un pozzo rovesciato da quella cima fino altre i limiti umani dello spazio. Poi, d’improvviso, tutti gli abitanti del quartiere videro cadere come sei pezzettini di carta luccicante, che frullavano nell’aria lanciando piccoli lampi di luce in tutte le direzioni.
Ira, tutti sappiamo che le cose pesanti cadono verso terra, sappiamo che salgono quando sono più leggere dell’aria, ma quella domenica scendevano senza ragione come se una mano invisibile le lasciasse andare dall’infinito cielo azzurro lì sulla cima della chiesa, su quel presuntuoso tetto a cono. I fortunati che dai balconi potevano vedere l’insolito fenomeno restarono a bocca aperta. I pochi incupiti passanti si bloccarono testa in su a contemplare quello sfarfallio di coriandoli luccicanti che s’appoggiava lieve sul tetto pendente della chiesa e scivolava giù verso terra. Qualcuno, curioso, s’avvicinò e raccolse alcuni di quei frammenti, Nient’altro che pezzetti di carta lucida, blu, rossi, grigi, rettangolini non più lunghi di un pollice.
A lungo quella pioggia leggera sovrastò la chiesa provenendo da un punto invisibile là in alto. E poi, com’era iniziato così tutto si concluse. Nel silenzio irreale di quella domenica di quarantena. Nessuno seppe spiegare. Solo il Prof Giordano, ateo impenitente, sguardo lungo, ebbe l’intuizione decisiva. «È lo spirito che viene» disse. Ma non c’era nessuno ad ascoltarlo.