A cura di Stefano Zampieri
responsabile di Zona Filosofica

Che cos'è la Consulenza Filosofica?


CHE COS’È LA CONSULENZA FILOSOFICA?


INTRODUZIONE

Vorrei iniziare rispondendo alla prima domanda che ci viene posta ovunque: che cos’è la consulenza filosofica? Ma per poter rispondere adeguatamente devo fare almeno due passi:
a) prima di tutto chiarire qualcosa rispetto la stessa nozione generale di filosofia:
b) in secondo luogo delimitare l’ambito generale della pratica filosofica entro cui quella che in Italia viene chiamata Consulenza Filosofica, si colloca.

PRIMO PASSO
La nozione di filosofia.
Ciò che è da chiarire è che la filosofia è una, è quella che nasce in Grecia molti secoli fa, e che possiede una lunga storia, una tradizione, un corpus di autori, di testi.
Ma non basta, la filosofia si è realizzata nel corso del tempo attraverso pratiche differenti, (una pratica è un insieme di rituali, e di linguaggi, di comportamenti e di attese) oggi la pratica dominante della filosofia è quella che la intende come una disciplina di studio e di ricerca, e che si materializza nelle aule scolastiche e universitarie, e nell’editoria specialistica, e che si presenta per lo più nella forma della conferenza o della lezione frontale, e che, infine, fa uso di un linguaggio specialistico, talvolta molto settoriale (involuto).

Se questa è la pratica attraverso cui noi tutti siamo stati abituati vivere e comprendere la filosofia oggi bene la nostra proposta è quella di mettere in luce la possibilità di una pratica filosofica di natura differente ciò che appunto chiamiamo pratica filosofica che,  è nient'altro che una modalità differente di realizzare la filosofia, una modalità differente significa una diversa modalità di presentazione, un diverso linguaggio, scopi differenti. 

Possiamo dunque cominciare a pensare a una nuova dimensione, nella quale la filosofia si realizza non più soltanto attraverso la trasmissione accademica del sapere, né attraverso la lezione frontale, né attraverso la diffusione di una parola sapiente rivolta ad ammaestrare un pubblico assetato di verità.
Dobbiamo pensare delle attività filosofiche che si realizzano in modalità differenti, alcuni parlano di un ritorno all’antico cioè al modello originario socratico quello del filosofo che va al mercato, va in piazza, va nella palestra, a parlare con la gente comune, con le persone,  non semplicemente ed esclusivamente con gli altri filosofi. Un filosofo dunque che va a porre questioni, fare domande, interrogare, talvolta anche a mettere in crisi le certezze comuni, un filosofo che non ha risposte preconfezionate e non ha soluzioni facili, non ha strategie vincenti, [altre pratiche oggi magari alla moda che promettono di diventare forti, belli, aggressivi, vincenti, venditori, ecc. in quattro lezioni…] ma una attitudine interrogativa attraverso la quale provare a vivere diversamente l’esistenza.


SECONDO PASSO
La dimensione della pratica filosofica.
All'interno di questa nuova dimensione possiamo collocare differenti attività a partire da quella che ha suscitato maggiore interesse, maggiore curiosità e anche, forse, le maggiori perplessità e cioè la consulenza filosofica individuale a seguire poi con l'attività di gruppo, il laboratorio di pratica filosofica di cui faremo esperienza questa mattina, ma anche il dialogo socratico, la comunità di ricerca, l’intervista filosofica e altre possibili varianti da scoprire e da inventare della pratica.
Modalità pratiche che possono essere realizzate in ambienti e in situazioni molto diversi, tanto all’interno della scuola, ad esempio, quanto all'interno del mondo  professionale, del mondo del lavoro, quanto all'interno di enti e associazioni, in  tutte le occasioni, in tutte le situazioni nelle quali sia opportuno o necessario fare una operazione collettiva di rischiaramento delle idee, fare una operazione di condivisione di valori, fare una operazione di incontro collettivo di un gruppo, fare una operazione di confronto, fare una operazione di fissazione di obiettivi e di interrogazioni rispetto alla propria realtà, e quindi anche di messa sotto esame dei propri valori personali e collettivi. 

Ciò che caratterizza queste diverse attività può essere riassunto in almeno tre formule molto semplici:
1. alla base naturalmente di tutto vi è il principio che la filosofia non è più soltanto parola di verità e di auctoritas , ma essa si esprime prima di tutto nella forma del con - filosofare ovvero un discorso che si produce insieme,  ovvero una riflessione che nasce dal dialogo, ma non basta.

2. Il secondo elemento fondamentale in tutte queste pratiche (e che le accomuna tutte) certamente è il fatto che esse si fondano su di un linguaggio di esperienza, piuttosto che su quello del concetto e della storia, naturalmente senza ignorare né l'una né l'altra e anzi servendosi spesso e volentieri proprio della dimensione concettuale come proprio riferimento, ma bisogna capire il modo in cui la pratica filosofica pensa i concetti che è un modo diverso da quello cui siamo abituati pensando alla filosofia della tradizione.

Si tratta cioè di comprendere come il linguaggio d'esperienza sia un linguaggio in cui i concetti hanno una valenza nuova differente ovvero essi hanno valore importanza fondamento tanto più quanto più mi riguardano cioè quanto più mi appartengono. Non si tratta quindi di confrontarsi come accade spesso ad esempio nelle situazioni di natura televisiva o nelle molte situazioni rese ormai abbastanza comuni dei festival della filosofia. Sto dicendo che nella pratiche filosofiche che siano a due o siano di gruppo si interrogano i concetti e li si mette sotto esame ma essi acquistano valenza quando sono nostri; non si tratta dunque di confrontarsi a colpi di citazioni, non si tratta di confrontarsi facendo sfoggio di memoria o mettendo in scena il proprio bagaglio di conoscenze e di studi, ma si tratta viceversa di interrogare la propria esperienza, di interrogare la propria storia, di interrogare la propria biografia e da questo fare emergere dei primi concetti, dei valori, degli elementi che hanno natura filosofica e che devono essere interrogati, che devono essere acquisiti e scambiati non come luoghi comuni ma come scelte, ma come elementi che sentiamo nostri; quindi posso parlare benissimo sia in una consulenza filosofica a due sia in una situazione di gruppo di grandi temi filosofici, possiamo parlare per esempio di libertà di giustizia di coraggio e di onore ma non sarà l'esibizione delle citazioni a fare a creare la situazione non sarà l'elenco di ciò che i filosofi hanno pensato intorno questo o quel tema a essere fondamentale,  ma sarà ciò che ognuno di noi intende con quel termine, il modo in cui lo scambia con gli altri, il modo in cui , scambiandosi, esso si articola, si sviluppa, si ricostruisce all’interno di ognuno dei partecipanti; certo c’è anche il contributo della cultura filosofica, c'è il contributo della storia della filosofia, c'è il contributo degli autori che ci danno suggestioni straordinarie, che ci danno esperienze fondamentali già vissute ed elaborate, ma non si tratta mai di schemi rigidi e definitivi, così come non sono parola cui si debba esclusivamente ubbidienza ma sono soltanto delle possibilità entro le quali noi troviamo la nostra propria collocazione esistenziale. 

In questo senso le attività di pratica filosofica sono caratterizzate da questo continuo interrogare, da questo continuo mettere sotto esame, da questo continuo avere attenzione alle nostre parole, da questo continuo passare dalle nostre parole ai nostri gesti. Si tratta in qualche maniera di operare per non accontentarsi delle risposte già date, per non accontentarsi dei luoghi comuni del nostro tempo, per  svelare l'omologazione cui tutti siamo in qualche maniera tenuti, a cui tutti siamo in qualche maniera costretti, per fare emergere la nostra individualità, anche se ricordiamolo, e questo è per me davvero fondamentale, essa è prima di tutto identità relazionale, non il frutto di uno splendido isolamento, ma la maturazione progressiva di una presenza che esige la forza del pensiero personale, della riflessione interiore, quanto lo scambio e la condivisione. Da questo punto di vista le pratiche filosofiche esigono che si rompa l’isolamento del pensiero, che spesso determina sofferenza e disagio proprio perché ruota ossessivamente in noi privo di vie di fuga, incapace di vedere altre possibilità e di fare un salto al di fuori delle proprie provvisorie certezze. In questo modo la riflessione diventa collettiva, e viene messa alla prova dello scambio: interrogarsi in due o in dieci o in 20, significa mettere alla prova collettivamente le nostre riflessioni, mettere alla prova di fronte all'altro ciò che noi siamo in grado di produrre, la circolazione collettiva del discorso rende la mia privata riflessione viva e vera e autentica. 

3) Il terzo elemento su cui mi soffermo poco, è che le pratiche filosofiche hanno natura trasformativa. Entrare in una pratica, significa esercitarsi a mettere sotto esame la vita, a fare quel passo indietro che ci consente di esercitare l’arte del pensiero e vedere la vita da un’altra prospettiva. Ma questo spostamento non avviene senza conseguenze, esso di per sé produce un cambiamento, una trasformazione, che può essere variamente interpretata e che può avere significati diversi, quel che è certo è che la pratica filosofica contribuisce a fare di noi persone diverse, di fronte a noi stessi e di fronte agli altri .

TORNO ALLA Consulenza Filosofica
A questo punto posso tornare alla domanda originaria e chiarire qualcosa rispetto alla consulenza filosofica individuale che purtroppo non può essere sperimentata in una situazione come questa. E ciò naturalmente rende un pochino più difficile comprenderne la natura lo sviluppo mentre le pratiche di gruppo le andremo a sperimentare questa mattina in tutta serenità e tranquillità, e alla fine ci ritaglieremo un momento di feed back  collettivo in cui sarà possibile discutere gli esiti di quanto accaduto nella mattinata, e il valore di ciò che è stato fatto.
Ma la consulenza filosofica individuale non si può sperimentare in questo modo perché richiede tempi lunghi, richiede una situazione abbastanza particolare, richiede un ambiente isolato e non si può fare in pubblico ovviamente senza snaturarla, tuttavia vorrei spendere due parole almeno per chiarire alcuni possibili equivoci che possono stare sullo sfondo del nostro ragionamento, equivoci che talvolta sono generati da una certa superficialità giornalistica, sui media domina la tendenza a cercare lo scoop, a cercare la notizia d'effetto quella che può aprire un articolo quella che può costituire un titolo efficace e non sempre, c’è la pazienza di indagare adeguatamente ciò di cui si parla, non sempre c’è la pazienza di andare oltre la battuta, lo slogan facile. Per questo vorrei provare a questo punto a smentire alcuni equivoci che so molto diffusi, vorrei  provare a fare uno schema rapido, rapidissimo, a proposito della consulenza filosofica individuale.  Allora schematicamente vorrei  dire che: 

1. la consulenza filosofica individuale è un colloquio ovvero una forma del discorso nella quale due persone si scambiano esperienze in una condizione di parità, una parità di status che non abolisce ovviamente la differenza di ruolo che esiste tra il consulente e il suo ospite, tuttavia entrambi parlano con la medesima autorevolezza e ciò che viene detto da entrambi va preso da entrambi come vero e va accolto per ciò che significa senza collocare le parole all'interno di una griglia interpretativa più o meno rigida, senza interpretare le parole dell'altro come se fossero soltanto l'affioramento di una verità nascosta, in ciò è di già molto evidente una distanza significativa rispetto alle pratiche di natura psicoterapeutica e qui bisogna fare subito la prima postilla importante, perché il primo degli equivoci che è stato prodotto dalla diffusione giornalistica della consulenza filosofica consiste proprio nel confondere il dialogo filosofico come una delle molte pratiche di natura psicoterapeutica, si tratta di ambiti totalmente differenti: il filosofo non è un medico, non fa diagnosi, non fa terapie, il filosofo non affronta malattie,  non ha di fronte a sé malati, e dunque il suo sforzo è quello di accogliere le persone in un colloquio autentico, e attraverso di esso di fare luce su alcuni punti di riferimento, valori, scelte, decisioni, progetti, tutti elementi di cui l’esistenza di ognuno di noi si nutre. 

2. la consulenza filosofica è dunque qualcosa ha a che fare con la filosofia, ciò significa che esse si serve di tutti gli strumenti del pensiero critico, si serve delle figure del pensiero filosofico, si serve delle esperienze che si possono dedurre, trarre dalla tradizione della filosofia, ma io aggiungerei soprattutto che si serve di un atteggiamento filosofico che va al di là della tradizione, della letteratura filosofica, e degli autori; questo atteggiamento filosofico è la nostra disponibilità alla interrogazione è la nostra disponibilità alla messa sotto esame  è la nostra sensibilità nei confronti delle parole che usiamo, alle quali ci sottoponiamo, è il nostro modo di sentire la condizione relazionale che ci costituisce, è il nostro modo di sentire il tempo lo spazio è la modalità attraverso la quale siamo consapevoli di essere testimoni del nostro tempo, di questo tempo e di questo mondo nel quale viviamo.

3. la consulenza filosofica individuale, ha l'occhio centrato sul presente in quanto fondazione e fondamento del futuro;  dunque è meno sbilanciata di altre pratiche sul passato, e se l’inizio dei colloqui è di solito una fase di ricostruzione biografica, ciò non serve a fare i conti con il passato ma serve essenzialmente a costruire l'identità del presente, a delineare narrativamente l'identità presente, e a far emergere i temi essenziali entro cui ruota la nostra esistenza, i punti di riferimento che fino a oggi mi sono serviti nelle scelte e nei passaggi della vita.  Ma ciò che conta per la consulenza filosofica è prima di tutto il presente, è questa la condizione essenziale della consulenza filosofica in quanto essa ha a che fare con il sistema dei valori ed i punti di riferimento che costituiscono lo sfondo entro il quale io posso agire nel presente e dunque nel mio futuro. Allora la ricostruzione biografica non punta a fare i conti con il nostro passato, con i nostri traumi infantili, i conflitti della  nostra adolescenza, le difficoltà delle nostre relazioni parentali, ma punta a ripartire dal momento presente, ripartire dall'oggi, certo facendo il bilancio di ciò che c'è e di ciò che è stato,  e quindi anche ricostruendo biograficamente la propria identità, ma sempre soltanto sullo sfondo di una costruzione progettuale dell'esistenza. 

4. la consulenza filosofica può essere intesa anche come un colloquio di chiarificazione dell'esistenza: chiarificazione significa depurazione significa pulizia significa individuazione della nostra visione del mondo ma anche individuazione delle nostre dipendenze e anche esplicitazione degli schemi (che siano acquisiti, che siano imposti, che siano collettivi o individuali) attraverso i quali noi abbiamo costruito fino ad oggi, fino a questo momento, la nostra esistenza; si tratta cioè in qualche maniera di individuare le maschere che ci siamo messi addosso e che sono servite fino ad oggi per costruire la nostra vita. 

5. la consulenza filosofica individuale è un colloquio volta ad orientare le scelte non nel senso che il filosofo assuma la figura del maestro che è in grado di proporre i valori giusti, le scelte buone eccetera, ma bensì perché si presume che dallo scambio, dal confronto, dall'interrogazione comune, dalla comune ricerca, possano emergere per tutti gli interlocutori dello scambio sia esso duale sia quello collettivo, la possibilità di fissare i propri valori, fissare dei valori, dei punti di riferimento, che ci consentono di orientare la nostra esistenza; a me piace la metafora spaziale quando descrivo queste situazioni: la metafora spaziale mi consente di immaginare in questo modo l’esistenza, come un percorso attraverso luoghi spesso sconosciuti, nel quale noi abbiamo costantemente bisogno di fissare dei punti di riferimento per non perdere l'orientamento, per non perdere l'orientamento noi poniamo dei punti fissi all'orizzonte questi punti fissi sono i nostri valori; però l'esistenza è perennemente in movimento e noi sappiamo che lungo il nostro percorso alcuni riferimenti verranno perduti alcuni elementi resteranno indietro nell'orizzonte e forse spariranno, sappiamo cioè che questo mondo di valori e di verità locali, come le chiamo io, cioè di verità che sono tanto forti da consentirci di essere regolative nell'esistenza ma non così forti da diventare valori assoluti e definitivi perché la vita è un percorso e dobbiamo essere pronti a interrogare i nostri valori a mettere in questione i nostri punti di riferimento,  alcuni saranno più solidi e più stabili, alcuni saranno probabilmente da rivedere, altri ancora andranno abbandonati, comunque tutti dovranno essere sottoposti a interrogazione. 

INFINE
6. È evidente che la consulenza filosofica individuale appartiene ad una sfera che possiamo chiamare la sfera dell'etica, si tratta di una dimensione nella quale ciò che è in gioco sono le linee guida della nostra esistenza ciò che noi stessi poniamo come linee guida della nostra esistenza ciò che noi stessi poniamo come valori di riferimento per la nostra esistenza. Si tratta cioè di una dimensione in cui ciò che è in gioco non è l'armonia della sfera interiore, ciò che in gioco non è un fatto medico né un fatto psicologico ma è vissuto in una forma che non è quella individualistica della tradizione in cui ognuno per trovare se stesso si chiude nella propria stanza, ma viceversa una dimensione intimamente relazionale che ha bisogno della presenza dell'altro perché ha fatto esperienza del fatto che noi siamo anche la nostra relazionalità, noi siamo anche l'altro con cui ci rapportiamo, non siamo isole abbandonate nell'oceano ma siamo un sistema di forze, siamo per restare in questa metafora una rete di relazioni, un tessuto di relazioni nel quale ognuno di noi è un nodo che tiene insieme molti fili differenti, che continuamente stringe rapporti, rompe rapporti, allenta i propri rapporti in un continuo movimento di relazioni nei quali siamo coinvolti, e che dobbiamo costruire che dobbiamo realizzare.
Ecco la condizione contemporanea è una condizione nella quale questa nostra relazionalità viene negata e siamo spinti invece ad un individualismo estremo che rappresenta però spesso e volentieri soltanto una diminuzione una riduzione della nostra umanità.  La pratica filosofica le sue varie espressioni da quella duale a quelle di gruppo, intende riportare l'uomo ad una condizione di vita differente ad una condizione di vita nella quale la sua umanità sia espressa in tutte le sue forme. Ma su questo non voglio ora aggiungere altro perché so che Neri Pollastri in chiusura rifletterà proprio su tale  aspetto della consulenza filosofica.

CONCLUDO
A questo punto non mi resta che introdurre molto rapidamente le attività che si terranno nel corso della mattinata, anche se lascerò che siano i conduttori stessi a farvene di volta in volta una presentazione prima di andare materialmente a realizzare il laboratorio, in termini generali io mi limito a fare una brevissima osservazione di metodo che vale per il laboratorio filosofico in generale, anche se poi ogni conduttore adotta le sue strategie operative.
Il laboratorio di pratiche filosofiche innanzi tutto è una situazione nella quale non si fa storia della filosofia, così come non si fa lezione di filosofia, così come non ci si limita ad ascoltare: nel laboratorio di pratica filosofica tutti sono chiamati al colloquio, non è uno spettacolo nel quale un filosofo si esibisca per il piacere del pubblico, ma è una esperienza collettiva di condivisione del discorso, il consulente filosofico guida il percorso ne regola lo sviluppo ma in esso tutti i partecipanti hanno pari dignità. Si usano talvolta brevi testi filosofici che servono però solo come stimolo alla riflessione al confronto, come innesco della discussione direi io, e non si fa analisi del testo filosofico perché non ci sono verità da trasmettere né formule da elaborare, c’è invece il discorso di ognuno di noi che mette in gioco la propria esperienza, la scambia, la condivide. E se c’è una regola etica che sostiene questo tipo di attività è quella che impone di ascoltare l’altro, di dargli credito, di prenderlo sul serio, non è sufficiente ascoltare se stessi se non si è disposti ad ascoltare anche l’altro, perché da questa esposizione collettiva nasce qualcosa di autentico.


Grazie

[Conferenza, Sacile 23 maggio 2009]

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