A cura di Stefano Zampieri - Consulente Filosofico
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mercoledì 2 aprile 2025

Hans Jonas, Il principio responsabilità (1979)

 


 

Testo assolutamente fondamentale per chi si pone il problema di un’etica adeguata ai problemi ambientali, cioè di fatto un’etica adeguata al nostro tempo. Comincia con una ricostruzione storica:

 

Il mondo classico

L’agire dell’uomo è mutevole mentre la natura è l’immutabile. La techne del mondo antico non incide sugli oggetti non umani. E quindi ogni etica classica può essere rigorosamente antropocentrica. Il campo dell’azione era ristretto, il bene e il male avevano a che fare con il qui e ora (Es.: tutte le massime dell’etica classica: ama il prossimo tuo; non fare agli altri; aspira alla virtù; non trattare il prossimo come mezzo ma come fine, ecc). L’orizzonte morale è fatto di immediatezza, e non è necessario un sapere speciale.

La trasformazione

Oggi appare la vulnerabilità della natura rispetto all’agire tecnico dell’uomo.

Il soggetto agente non è più solo l’individuo, ma è un soggetto collettivo.

La biosfera va intesa come oggetto dell’azione dell’uomo.

La restrizione della prossimità e della contemporaneità è sparita. Oggi l’orizzonte contiene il futuro.

Bisogna considerare l’effetto cumulativo delle azioni umane.

È necessario un sapere approfondito.

Il sapere predittivo è inferiore rispetto al sapere tecnico.

Nessuna etica del passato si è posta il problema della sopravvivenza della specie.

Tutto nasce, ovviamente, dallo svilupparsi abnorme della tecnica, che ora appare quale il vero destino dell’uomo. Ora l’assioma morale generale, indimostrabile quanto l’assioma che l’esistenza di un mondo è preferibile alla sua non esistenza è che “in avvenire debba esistere un mondo simile – un mondo adatto a essere abitato dall’uomo – e che debba essere abitato in qualunque futuro da un’umanità degna di questo nome.” (15)

L’imperativo categorico kantiano (agisci in modo che tu possa volere che la tua massima diventi legge universale) allora andrebbe riscritto in questo modo: “Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di una autentica vita umana sulla terra.” (16)

Secondo Jonas le nuove forme dell’agire necessitano di una nuova etica della previsione e della responsabilità. La tecnica ci pone oggi in uno stato perenne di utopia che richiede da parte dell’uomo una saggezza che forse egli non possiede. Ciò dovrebbe indurci a una certa umiltà.

Ma quali sono i fondamenti di questa nuova etica?

-euristica della paura: solo la realtà della minaccia ci rende consapevoli della necessità della salvaguardia

- etica del futuro: acquisizione dell'idea degli effetti a lungo termine delle azioni umane.

-sviluppo del sentimento adeguato a ciò che viene immaginato del futuro.

- proiezione degli effetti finali probabili o anche solo possibili.

-si deve prestare più ascolto alle profezie di sventura che non a quelle di salvezza perché la realizzazione positiva è solo una fra le molte possibili realizzazioni infauste che quindi sono molto più probabili;

-l'umanità non ha diritto al suicidio, per il singolo invece è discutibile;

-l'etica della responsabilità verso il futuro non può ovviamente basarsi sul principio di reciprocità che invece è tipico delle etiche classiche;

- rispetto ai posteri non siamo responsabili dei loro desideri che sono mutevoli e imprevedibili ma del loro “dovere di autentica umanità" (53): che ci sia un'umanità questo è il primo imperativo categorico.

scopi verso valori.

La natura custodisce degli scopi e quindi dei valori. Il perseguimento dello scopo diventa un bene. Ogni essere senziente è fine a se stesso. L'ingrandirsi del potere di distruzione dell'uomo ha allargato la sua responsabilità alle condizioni della biosfera.

"La comunanza dei destini dell'uomo e della natura, riscoperta nel pericolo, ci fa scoprire anche la dignità propria della natura, imponendoci di conservarne l'integrità andando al di là di un rapporto puramente utilitaristico." (176)

martedì 31 ottobre 2023

Letture: L’etica del viandante di Umberto Galimberti (2023)

L’etica del viandante di Umberto Galimberti (2023)

 


Volume massiccio e impegnativo ma, a mio modo di vedere, ricco di fascino e di stimoli alla riflessione.

Per chi conosce le opere di Galimberti non c’è molto di nuovo: la sua tendenza a ripetere temi e concetti già percorsi nelle sue molte opere è abbastanza evidente, ma è un fatto sensato perché ne esce un lavoro di grande completezza, un affresco davvero di vaste dimensioni, che articola il tema etico non superficialmente ma affrontandolo da molti punti di vista: storico, fenomenologico, teoretico.

La maggior parte del libro, infatti, è dedicata a una ricostruzione epocale, per arrivare a definire la natura della contemporaneità e conclude poi con le pagine più belle, a tratti appassionate e toccanti, nella delineazione dell’etica del viandante che costituisce la proposta – utopica – dell’autore.

Tema centrale appare immediatamente, come del resto accade in tutte le riflessioni di Galimberti, il tema della Tecnica. L’autore fa notare come essa sia determinante per comprendere la natura della nostra epoca, ma soprattutto come abbia determinato un inquietante ribaltamento del rapporto tra mezzi e fini: doveva essere solo un mezzo per il Progresso del genere umano ma è diventato un fine in sé, ma un fine vuoto, poiché la Tecnica punta solo al proprio sviluppo infinito. La Tecnica non ha un vero fine, essa semplicemente funziona.

Ormai il dominio tecnologico è sfuggito completamente al controllo umano.

Questo è lo scenario generale nel quale si inserisce ogni considerazione etico-morale.

Appare chiaramente che nel nostro tempo, il tempo dominato dalla Tecnica, non è più possibile un’etica antropologica, cioè centrata sull’essere umano, sia che si tratti dell’etica dell’intenzione, tanto nella versione cristiana della coscienza e del peccato, quanto nella versione kantiana dell’uomo come fine, ma anche se si tratta dell’etica della responsabilità di Weber e Jonas: ormai è impossibile, infatti prevedere le conseguenze del fare tecnico e dunque è anche difficile assumersi delle responsabilità per ciò che non si conosce.

Resta, dunque, soltanto la possibilità di un’etica del viandante intesa prima di tutto come un’etica non antropologica ma planetaria, cioè rivolta a tutte le parti di un pianeta che oggi appare chiaramente interconnesso.

L’etica del viandante sarà allora quella di chi percorre il mondo consapevolmente senza una meta determinata, senza voler trovare verità assolute, sapendo che l’attuale modello di vita non è sostenibile.

Parole d’ordine di questa etica del viandante saranno: nomadismo senza meta e senza punti di partenza e di arrivo; fine del legalismo della proprietà e dei confini; cosmopolitismo; l’uomo non deve più pensarsi come “padrone della natura” ma come sua “parte” senza nessun privilegio; fraternità; etica del trascendimento: l’uomo può evolversi non solo biologicamente come l’animale, ma soprattutto culturalmente.

 

In conclusione si tratta sicuramente di una lettura complessa, e a tratti anche faticosa, ma non c’è alcun dubbio, lo sforzo è alla fine ampiamente ripagato.

 

 

 

 

 

 

giovedì 8 giugno 2023

Letture: Saggezza di Eugenio Borgna (2019)

 


 

Il libro di Eugenio Borgna Saggezza, uscito la prima volta nel 2019 e ora riproposto nella collana “Il senso della vita” da cui cito, è costruito nella forma di un inesauribile colloquio con la cultura filosofica e letteraria. L'autore costituisce una sorta di archivio di esperienze, di ipotesi, non necessariamente suffragate da una vera e propria elaborazione teorica, supponendo però che la riflessione possa scaturire naturalmente dalla lettura e dalla intima acquisizione di una serie abbastanza particolare e articolata di citazioni, di brani, di testi, accuratamente selezionati.

In questo senso il testo ha una natura rapsodica che dà ampio spazio in particolare ad alcuni autori, per esempio Schopenhauer. Alla fine della lettura si ha la sensazione di aver mancato un pochino l'oggetto della ricerca tuttavia non c'è dubbio che saper leggere, saper ascoltare, saper entrare nel testo filosofico, è importante, è il primo passo verso un percorso di elaborazione, ed è altrettanto importante e l'autore sembra suggerirlo a ogni passo,  a ogni riga, che saranno poi soltanto le esperienze individuali capaci di ricostruire a mettere insieme e fare sintesi della complessità, della ricchezza, della varietà delle esperienze che i testi nella loro varietà possono suggerirci.

Tuttavia, per chiarezza, è bene precisare che l'autore muove da una precisa definizione della saggezza intesa come "la capacità di giungere alla conoscenza razionale non di cose alte e sublimi, remote dalla comune umanità, come è proprio della sapienza, ma alla conoscenza razionale delle attività umane, e del modo migliore di realizzarle” (11). Questo che, in qualche modo, è l'idea comune che abbiamo noi tutti della saggezza è poi un'idea che va composta mettendo insieme tanti aspetti, tanti elementi, che solo nel loro articolato comporsi possono dare vita alla figura di cui si sta parlando. In questo senso la saggezza è anche conoscenza di se stesso e la conoscenza di se stesso non è però la sapienza che è invece conoscenza delle cose alte e sublimi mentre la saggezza per definizione o perlomeno per la tradizione aristotelica è conoscenza delle faccende umane.

La saggezza è la capacità di saper ascoltare, è attenzione alla nostra interiorità, ma anche a ciò che ci circonda, attenzione agli altri, è il nostro modo di vivere immedesimandoci nelle esperienze vissute, è la sensibilità necessaria a raccogliere il linguaggio del corpo vivente, saggezza è anche capacità di vivere il tempo, il tempo interiore, quello vissuto, capacità di sopportare il passato senza esserne annientato, capacità di vivere nel momento presente, la capacità di affrontare il futuro senza eccessivi timori.

La saggezza si compone anche di gentilezza: gentilezza e saggezza, infatti, "sono premesse alla comprensione e l'accoglienza delle debolezze e delle fragilità, delle tristezze e delle angosce presenti nella vita" (65)

Saggezza è saper affrontare l’età anziana, è saper affrontare la memoria ferita, saggezza è essere continuamente in dialogo: "essere in dialogo senza fine con gli altri, con le persone che conosciamo, e con quelle che non conosciamo" (77)

La saggezza è una forma di ricerca del senso, il senso che stas nel cuore delle apparenze, il senso che è nelle parole che aprono il nostro cammino.

Da questo punto di vista dovremmo cercare di lavorare a una vera e propria etica della saggezza. La saggezza, infatti, è una scelta alla quale possiamo essere chiamati in ogni momento della nostra esistenza, una scelta etica fondamentale: "la saggezza che si chiude in una deserta e autistica solitudine non serve né alla nostra vita né a quella degli altri: l'una fatalmente legata all'altra."(87) Tuttavia è chiaro che non è facile fare della saggezza la propria stella polare, è un compito che richiede fatica e impegno e una grande dose di determinazione.

La saggezza infine deve essere anche consapevolezza del limite senza il quale nulla saremmo “non si può agire con saggezza se non si è consapevole dei confini, dei limiti, che sono retaggio della vita.” (91)

 Nella vita quotidiana essere saggio significa avere senso della misura e l'etica della saggezza non può che essere un'etica fatta di scelte che tengono conto della misura delle cose, della disposizione a scegliere bene a evitare il male e a non rifiutare mai le connessioni reciproche e il reciproco confronto di valori, in questo senso la saggezza è anche amore del prossimo.

STEFANO ZAMPIERI 

 

giovedì 1 giugno 2023

Letture: Vito Mancuso Etica per giorni difficili (2022)

 


Ho già presentato altri libri di Vito Mancuso sul mio blog e ho già ammesso che il suo lavoro rappresenta per me un importante punto di riferimento.

Questo Etica per giorni difficili (edito da Garzanti nel 2022) rappresenta un po' un bilancio complessivo della posizione di Mancuso in particolare rispetto al tema dell'etica.

 Ma che cos'è l'etica per Mancuso? È il sentimento dell'esistenza di valori più alti di quelli dell'io. C'è qui sullo sfondo una critica radicale, che io condivido, sia al nichilismo niceano sia al narcisismo contemporaneo che si presenta sotto la forma di un individualismo radicale.

L’etica, dunque è la certezza nella esistenza di valori che vanno oltre limitato orizzonte della individualità. Secondo Mancuso l'etica appartiene a tutti perché è naturale, istintiva, la certezza che si debba fare il bene piuttosto che il male, e la voce della coscienza ce lo conferma.

Di qui l'importanza del conoscere se stessi. Dunque l'etica ha due fondamenti: il valore e la libertà. Il valore come percezione di qualcosa di più importante dell'immediato interesse personale, come tensione verso, Spinoza direbbe conatus.

La libertà come "la capacità di assentire oppure no all'appello percepito." (p.39), il contrario di libertà è la necessità. La più grande tragedia del nostro tempo è allora la critica niceana ai valori (morte di Dio ) e la morte del Superego che ha lasciato solo un Ego senza limiti. Etica è diverso da diritto che nasce per fronteggiare lo stato di conflittualità costante fra gli uomini. L'etica invece nasce per imitazione della logica della natura che è sempre una logica aggregativa, per Mancuso infatti, e su questo concordiamo, l'essere è relazione

"Sostenere il primato della relazione rispetto alla sostanza significa sostenere che ogni ente deriva da una serie di relazioni, ed è, e consiste, come insieme dinamico di relazioni. Ogni ente è il risultato sempre in divenire di una aggregazione e ontologicamente è definibile come un sistema. Non c'è nessun ente che non sia un sistema, che non provenga da un concerto di relazioni, a partire dall'aria che respiriamo e dagli atomi che la compongono, i quali a loro volta sono un sistema chiuso."

Da qui, dall'essere relazione, scaturisce la distinzione tra bene e male che è necessaria all'etica "l'essere è retto dalla logica del sistema, cioè della relazione armoniosa, e ciò che è conforme a tale logica fa fiorire la vita, mentre ciò che non lo è la fa sfiorire portando alla morte." (p. 247)

Dunque ciò che è conforme alla logica relazionale fa fiorire la vita, è il bene, ciò che è contrario a tale logica la fa appassire, è il male. L’etica mette in gioco la dimensione della interiorità perché è richiamo alla propria libertà ma anche a riconoscere i propri valori di riferimento, in questo senso l'esigenza etica nasce dal sentirsi in disarmonia aspirando invece all'armonia. Relativismo e assolutismo sono i due estremi tra i quali deve trovare posto il sentimento etico: "il giusto mezzo è la relazione che fa avvertire al soggetto di essere al cospetto di qualcosa di più importante di lui e che però al contempo è per lui, nel senso che lo sprona e lo educa." (p. 131)

 Di qui Mancuso recupera le quattro virtù cardinali (saggezza /giustizia/ fortezza/ temperanza) e l'empatia come contrario dell'indifferenza, come partecipazione alla comune umanità. Fedeltà alla coscienza è autenticità.

La nuova utopia è quella che custodisce l'umano nel sistema della natura di cui fa parte. Dunque bisogna prima di tutto aver cura della propria coscienza, della propria interiorità: il silenzio e il raccoglimento sono dunque essenziali per coltivare la vita interiore secondo quattro principi pratici:  studio natura igiene respiro.