A cura di Stefano Zampieri - Consulente Filosofico

venerdì 5 agosto 2016

Tre livelli di discussione

Ringrazio davvero Neri e Giorgio che a partire dal post precedente hanno avviato una interessante e utile discussione. Intervengo lateralmente con questo post per chiarire la mia posizione rispetto ad alcune questioni sollevate che mi paiono centrali. Senza alcuna pretesa di fermare la discussione ma anzi con la speranza di contribuire ad una soluzione.
Allora, anche qui schematicamente, per cercare la massima chiarezza.
Io sono persuaso che la cosiddetta Consulenza Filosofica sia una delle possibili Pratiche Filosofiche, ovvero di quella forma della filosofia che è rinata negli anni '80 del secolo scorso come
     - pratica dialogica, ovvero con-filosofare
     - finalizzata al mettere in questione le ragioni dell'esistenza (questa seconda qualità può apparire forse meno evidente, ma altrimenti non si comprenderebbe perché il non filosofo dovrebbe sentirsene attratto. L'alternativa è una sola, quella di pensarla come un puro gioco, cosa legittima ma che mi pare non sia stata sostenuta da nessuno).
Su questa base il Filosofo Praticante può benissimo essere anche un Consulente Filosofico - se decide di dedicarsi a quella particolare Pratica. E viceversa.
Non vedo alcun ostacolo di principio. 
A parte andrebbe analizzata la questione della "professionalizzazione". Che io non discuto in termini di principio (la ritengo cioè cosa del tutto legittima), ma in termini di fatto (la ritengo cioè una cosa eticamente non neutrale e quindi soggetta a valutazione personale in base ai propri valori e alla propria visione del mondo).
Ancora a parte, per chi fosse interessato, andrebbe discussa la questione associativa, cioè in che modo e in che misura un'Associazione può rappresentare il Filosofo Praticante o Consulente, o entrambi. E qui la questione è politica prima che teorica.
Tre piani o tre livelli di discussione. Secondo me.


1 commento:

  1. Per la verità in Platone 2.0 sostengo che si possa intendere la filosofia come "puro gioco", sia nell'Introduzione, sia, più estesamente, nel cap. 7.
    Evoco semplicemente la tesi classica, che si trova in Platone e Aristotele, secondo la quale la filosofia va esercitare per amore della conoscenza e non per altri scopi.
    Nel contesto della mia argomentazione, tuttavia, risulta che questo gioco sia tale "che non vi sia nulla di più serio". La "conoscenza" che vi è, appunto,... "in gioco" è tale che "ne va" (per "heideggereggiare" un po') della nostra stessa esistenza (come potenziale "vita filosofica", secondo la tesi di un certo Zampieri...).
    Sarebbe dunque un gioco di cui non si può dire che "dura poco", ma che invita a esclmare "Ti pare poco?".

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