A cura di Stefano Zampieri - Consulente Filosofico

domenica 13 marzo 2016

E poi il quotidiano...

Certamente chi è transitato seriamente nella Consulenza Filosofica ha scoperto l'esistenza di uno spazio che in realtà già conosceva, che era già lì ma ignorato, e spesso filosoficamente frainteso. Entrare nel mondo-della-vita come si entra in uno spazio nuovo  che in fondo è la nostra casa, ma come se non l'avessimo mai vista davvero, mai sentita come nostra. Prima di ogni definizione scientifica, prima di ogni idealizzazione, vi sé questo rapporto immediato con le cose, con i propri desideri e credenze, con i fatti, con i sentimenti, con i rapporti, con i poteri, con i conflitti... E' un mondo quotidiano ove molto di ciò che accade non è d'un soggetto ma è di una neutralità plurale che quella del si dice, si fa, si ritiene, ...
Quotidianità senza soggetto e senza oggetto, perché ivi il mondo è un sistema di possibilità, di ostacoli, di pertinenze, di alterità, di contatti, di commerci, di scambi...
Quotidianità spesso senza logica, perché già la logica costituisce un processo di idealizzazione, una sostruzione (costruzione su) come direbbe Husserl. Il quotidiano, lo sappiamo bene, spesso è incoerente, ambivalente, ambiguo, soggetto al malinteso e all'errore. Ma è proprio questo il nostro quotidiano, è questo il mondo-della-vita con cui ci dobbiamo confrontare.
Ecco, forse lo stare nella Consulenza Filosofica ci ha dato l'opportunità di fare esperienza di questo spazio vissuto, che ci appartiene, anche quando non lo sappiamo. E' in questo spazio che bisogna saper penetrare. Anche qui c'è un intero mondo da ri-scoprire.

sabato 12 marzo 2016

La complessità innanzi tutto ...

Chi in questi anni ha fatto seriamente Consulenza Filosofica, di sicuro ha imparato fra le altre cose la complessità dell'essere umano. Soprattutto se ha provato a comprenderlo al di fuori di ogni dualismo, e quindi si è addentrato nel caos dell'esistenza vissuta, delle pratiche, delle azioni, dei gesti, delle scelte, delle ragioni, dei valori... cioè in quel magma che compone la nostra quotidianità pensata.
Chi ha gettato uno sguardo in questo mondo ha visto l'insufficienza di ogni approccio uni-dimensionale, cioè di ogni approccio che trovi le proprie ragioni solo sullo scarto preventivo di una parte della nostra umanità.
Si tratti, da un lato dell'approccio psicologistico che si preclude la possibilità di comprendere il gesto reale - corpo intelligente dell'uomo. Si tratti, dall'altra parte, di ogni approccio ideologico, che misura l'uomo in base ai movimenti macchinici di corpi collettivi, senza soggetti reali, senza singolarità, onde in una storia metafisica.
Al di là di questi filtri settoriali, di queste amputazioni di umanità, fare prova della complessità, significa appunto lavorare sulla nostra capacità di essere senso-al-mondo, non senso-del-mondo, né senso-nel-mondo. Dove l'at congiuntivo non è una produzione ma una ap-propriazione dello spazio mondo.

mercoledì 9 marzo 2016

Ma cosa abbiamo imparato dalla Consulenza Filosofica?

L'esperienza della Consulenza Filosofica rimonta, in Italia, ai primi anni del 2000, sono una quindicina d'anno di lavoro, e non sono pochi. Ciò che mi chiedo oggi è: che cosa abbiamo appreso dall'esercizio reale di questa pratica? Certo all'inizio si è trattato soprattutto di mettere a punto condizioni, metodi, strutture, contesti, si è trattato di portate a superiore chiarezza un'attività in parte sconosciuta, si è trattato di rispondere a domande che nascevano dalla pratica stessa e che si rispecchiavano poi nella pratica, contribuendo ad affinarla, a portarla ad una maggiore consapevolezza teorica e operativa.
Ma questo nella prima fase. C'è stata poi una fase seconda, nella quale gli operatori, i filosofi, hanno avuto la possibilità di porsi nuove domande, non più interne alla pratica e ad essa funzionali, ma piuttosto rivolte a ciò che dalla pratica come tale era possibile estrarre. La pratica della filosofia, la filosofia come "consulenza", mette in situazione noi come filosofi, la filosofia come tale, l'esistenza delle persone, le ragioni, i valori, le idee che danno forma alla vita singolare e collettiva.
Bene, dal nostro stare in situazione cosa abbiamo imparato? Sarebbe interessante cominciare a confrontare le nostre risposte a questa domanda generale e verificare ciò di cui io sono convinto, e cioè che questa pratica ci mette in condizione di fare straordinarie scoperte proprio in quella zona ancora ampiamente esplorabile del rapporto tra il singolo, la collettività, il mondo. C'è tutto un lavoro da fare, e comincia adesso.

domenica 6 marzo 2016

Aprire spazi del pensiero

C'è qualcosa che chiunque abbia provato una buona esperienza di pratica filosofica di gruppo, sia con filosofi sia con non filosofi, ha sicuramente realizzato, e cioè che il primo rilievo che appare collettivamente è questo: ecco lo spazio del pensiero. La pratica filosofica apre spazi del pensiero, ove il termine non va ridotto a una semplice metafora ma va preso anche letteralmente, nel senso di creare una occasione, un luogo, un evento, nel quale sia protagonista il pensiero non come semplice esercizio neutrale, enigmistico, ma come messa in gioco della propria esistenza singolare/plurale, attraverso lo strumento del dialogo razionale, della condivisione d'esperienza, della messa in questione di temi e figure della nostra cultura. Forse è questo allora il primo, non l'unico ovviamente, ma il primo dei fini delle pratiche filosofiche nel loro complesso, aprire spazi del pensiero. Credo si possa partire da qui.

venerdì 4 marzo 2016

Dal concetto della pratica al soggetto della pratica

Credo sia venuto il momento di spostare l'attenzione dal tema socratico del "che cos'è la Consulenza Filosofica" a quello non meno filosofico del " qual è la finalità ideale che rende ragione dell'esistenza della Consulenza Filosofica?". Ciò comporta, ovviamente uno spostamento radicale dal concetto della pratica, sul quale molto si è dibattuto - e poco si è scritto -  in questi anni, al soggetto della pratica. Perché l'aspetto teleologico non può che essere focalizzato sul sistema delle scelte individuali - qual è la finalità ideale che rende ragione del tuo essere un Consulente Filosofico? -
Tuttavia non bisogna equivocare : nessuno adotta una pratica privatamente, nella più perfetta solitudine. Una pratica è sempre un movimento collettivo, e dunque la finalità individuale è anche una finalità collettiva, non può non esserlo. Il singolo può avere anche finalità proprie - affermazione, denaro, ecc. - ma se aderisce al movimento di una pratica non può non condividerne le finalità generali. Ma allora questa si profila come la domanda chiave sulla base della quale dovremmo ritrovare il senso del nostro agire, e magari superare certe difficoltà nel concetto della pratica entro le quali la discussione tende a incagliarsi.

lunedì 29 febbraio 2016

Solo Filosofia, ma non solo ...

Circola nell'ambiente della Consulenza Filosofica, una formuletta molto superficiale in base alla quale la Consulenza Filosofica non sarebbe altro che Filosofia, solo Filosofia. Credo che proprio essa sia all'origine di molti malintesi ed equivoci. Certo, c'è un lato per cui è facile adottarla, perché è chiaro che ciò che accade nelle attività di pratica filosofica è filosofico, almeno nelle intenzioni, gli strumenti dialogici, in parte il linguaggio, la modalità di astrazione, la prospettiva concettuale, talvolta anche i riferimenti testuali, certamente ci collocano in una dimensione che è quella della filosofia. D'altra parte è altrettanto evidente che la nostra attività possiede delle particolarità che la rendono "diversa" da altre "pratiche" della filosofia, tant'è vero che la laurea in filosofia, il dottorato e perfino una cattedra universitaria non sono considerati titoli sufficienti per essere riconosciuti come Consulenti Filosofici. Ed è per questo che il termine "pratica filosofica" assume un valore sostantivo ed indica la specificità di quel modo di intendere e realizzare la filosofia che distingue il Filosofo Consulente da un laureato o da un ricercatore universitario o da un ordinario di filosofia morale.
Si tratterebbe però a questo punto di chiarire cosa ci sia "oltre" la Filosofia, nella pratica filosofica perché in quell'oltre c'è la nostra identità, la nostra specificità, e probabilmente il senso stesso di tutto il nostro lavoro. .

sabato 27 febbraio 2016

Prima di ogni Associazione

Se riflettiamo sulla definizione minima di "Associazione" (Aggregazione di più persone per uno scopo comune (Sabatini Coletti); Unione di più persone che si propongono di perseguire uno scopo comune (Treccani); Unione o compagnia di persone, formata con un intento o interesse comune (wikizionario) ecc.) appaiono subito evidenti due elementi: che si tratta di una insieme di "persone" (e i vocabolari usano il termine non in senso filosofico, ma come sostantivo che indica individui umani) e che sono quindi le persone che si danno degli scopi comuni.
Lo scopo dell'associazione è il frutto della messa in comune di scopi individuali simili, all'origine cioè ci deve essere una decisione individuale che fissa un obiettivo per la propria esistenza. Condividerlo in una associazione serve a rendere più facile il perseguimento dello scopo, serve a moltiplicare le energie e le risorse, serve a rendere più efficace l'azione. In questo senso dice benissimo Piero Martinetti: «Per rendere più facile e più sicura la subordinazione della tua vita ai tuoi fini supremi, associa i tuoi sforzi a quelli di coloro che percorrono la stessa via, ma ricordando sempre che l'associazione è mezzo, non fine, e che non deve soffocare ciò che vi è in te di più sacro, la libera volontà della tua personalità morale». Il linguaggio è un po' enfatico ma il senso è molto chiaro. L'associazione è mezzo non fine.
Così dovrebbe essere anche di tutte le associazioni di pratica filosofica del nostro paese (diversa la realtà all'estero), esse dovrebbero essere subordinate allo scopo che si sono date le persone che ne fanno parte, mentre pare spesso che siano interessate solo alla propria mera sopravvivenza, vuoi per motivi di affermazione personale, vuoi per motivi di identità e appartenenza, vuoi per motivi banalmente materiali e cioè economici. E di qui l'accesa conflittualità che caratterizza la vita delle associazioni di pratica filosofica nel nostro paese. E che rappresenta sicuramente uno dei limiti più gravi nell'affermazione della pratica filosofica stessa.
Oggi penso che dovremmo tutti ritornare allo stadio iniziale - con tutta l'esperienza di questi anni, di lavoro e di vita associativa -, ritornare cioè allo stadio nel quale ognuno di noi fissa i propri obiettivi, e quindi stabilire che cosa davvero conti per ognuno di noi. Prima di ogni aggregazione.


giovedì 25 febbraio 2016

Un "pensiero della pratica" per la Consulenza Filosofica

"Mi sembra oggi per me irrilevante mettermi a disputare su ermeneutiche e ontologie, o criticare coloro che pretendono di delineare metafisiche dell'assoluto o manifesti del supposto nuovo pensiero. Per farlo seriamente, dovrei essere convinto della possibilità di costruire ragioni assolutamente oggettive, metafisiche indubitabili, argomenti "assoluti". Fortunatamente, o sventuratamente, si è fatto per me evidente che ogni conoscenza presuppone delle operazioni, una "prassi teorica", diceva Husserl: solo al suo interno compaiono i soggetti, gli oggetti, le presunte cose stesse o in sé e le "ragioni", che sono appunto risultati e non premesse già date o "esistenze" che vivono in un limbo immacolato, in attesa di venire "scoperte"." (Carlo Sini)
Se è così, e io ne sono convinto, allora è tempo di superare una volta per tutte un doppio equivoco: da un lato che si può essere Consulenti Filosofici a partire da qualsiasi filosofia, e dall'altro, all'opposto, che la Consulenza Filosofica abbia invece necessità di una propria filosofia di riferimento (sia il neostoicismo delle Scuole antiche o l'esistenzialismo psicologistico o qualcos'altro). Entrambe queste posizioni trascurano ciò che opportunamente Carlo Sini ci fa notare. Solo dalla riflessione intorno al nostro concreto agire, cioè da quel momento riflessivo che Achenbach ha nominato come meta teoria praticante e Sini, più chiaramente come "pensiero delle pratiche",  è possibile far emergere, "produrre" oggetti e soggetti della nostra attività. Senza i quali il lavoro resta casuale e dilettantesco.   Ma questo lavoro di secondo livello è mancato e tutt'ora non è tra le priorità dei Consulenti Filosofici.

Un certo equivoco imbarazzante.

Da dove ripartire? Io credo sia necessario ripartire dalla osservazione di una pratica nuova che però dopo pochi anni mostra già la corda, soprattutto perché lo scarto tra ciò che gli operatori pensano del loro lavoro, e ciò che i potenziali fruitori percepiscono appare incolmabile, uno scarto che è manifestamente di natura linguistica, nel senso che i filosofi pratici e i potenziali consultanti parlano letteralmente lingue diverse. Ma questo, lungi dal potersi risolvere con una banale "traduzione" determina invece una condizione di incomunicabilità profonda, che è il primo motivo della difficoltà nel promuovere la professione e quindi del mancato decollo della Consulenza Filosofica.  Laddove il filosofo pratico lavori, lo fa sulla base della sua propria personalità molto più che della originalità della pratica che offre. L'incomunicabilità, in realtà si protrae spesso anche all'interno dello studio del Consulente, non tanto nel dialogo come tale, quanto piuttosto nei suoi presupposti e nelle sue finalità, spesso assai diverse tra Consulente e Consultante, il quale apertamente o meno, riconduce il colloquio a una qualche forma magari più amichevole, più piacevole e persino più interessante, delle tradizionali pratiche psi.  Sempre lì ci si trova, ad onta della volontà e delle dichiarazioni del Filosofo.
Ma nessuna pratica può essere fondata sul malinteso. Prima o poi l'equivoco appare. E mette tutti in imbarazzo.

martedì 23 febbraio 2016

Dice Nancy, Il dialogo...

"- Il dialogo, è l'interruzione ritmica del logos, è lo spazio tra le repliche, dove ciascuna si conserva in proprio un accesso al senso che non è che suo, un accesso di senso che non è che essa stessa...
- Ma che non è di nessuno...
- Sì. E di tutti. "
(Jean-Luc Nancy).

Grazie Jean-Luc.

lunedì 22 febbraio 2016

Meta teoria praticante?

In base alla achenbachiana Consulenza Filosofica intesa come meta teoria praticante, è inevitabile la necessità di rivedere continuamente  la pratica nel suo concretizzarsi, nel suo farsi esperienza vissuta, nel suo continuo andirivieni di pratica/teoria e teoria/pratica, e a soprattutto a fronte di quell'inesauribile novità che è il rapporto diretto con il singolo consultante.
Ma come procede la ricerca/scoperta/revisione in questo campo?
C'è chi pensa che la ricerca non possa che procedere attraverso la confutazione progressiva di argomenti. L'antico e glorioso modello confutatorio è certamente efficace nell'affrontare  soprattutto questioni chiuse, dilemmi, argomentazioni dialettiche per tesi e antitesi, ecc. ma ha evidentemente un limite molto chiaro: discute sempre e solo una posizione, quella iniziale, cioè il punto di vista di chi parla per primo, oppure di chi pone la domanda, ed è quindi tenuto ad utilizzare le sue parole, i termini e i concetti scelti dal primo interlocutore, che rappresentano tuttavia di già una limitazione. E' quanto accade anche nel dialogo di Consulenza Filosofica, se ci si limita ad argomentare punto a punto ci si preclude al possibilità di rompere il cerchio dell'implicazione, quel girare a vuoto (che è sempre un girare di parole, di concetti) in cui il consultante è preso e da cui non riesce ad uscire, quel girare da cui il consultante ricava il proprio disagio.
Lo stesso dunque vale nella ricerca collettiva che deve portare alla continua revisione della Consulenza Filosofica come pratica viva. Il dialogare confutatorio può essere utile in certe fasi, ma deve necessariamente essere accompagnato da altre forma d'argomentazione, per esempio dalla capacità di cogliere il punto chiave, dalla capacità di far sintesi  (con-prendere, nel senso di prendere insieme), dalla possibilità di aprire scenari di senso utili al fine - in questi caso appunto la revisione della Consulenza Filosofica -   oppure dalla capacità di aggiungere o di spostare l'attenzione, non perché l'argomento altrui non sia valido, ma perché è - come tutti gli argomenti - parziale, è una direttrice a fronte di altre; quale la direzione migliore? Senza essere relativisti, è quella che porta più vicina all'obiettivo, la realizzazione della pratica, perché meta teoria praticante significa questo, che la revisione deve diventare azione, pratica efficace (chiedo scusa, "efficacia" è parola taboo). 

domenica 21 febbraio 2016

Il gioco del taboo

C'è un gioco che chiamano "Taboo", e che consiste nel far indovinare una parola ai propri compagni di squadra non potendo però utilizzare una serie di parole, quelle che ovviamente renderebbero facile l'identificazione. Ad esempio, far indovinare la parola "Arresto", senza poter utilizzare "Polizia", "Stop", "Liberare", "Imprigionare" e "Manette". E così ciò che potrebbe essere molto semplice diventa improvvisamente arduo.
Qualcosa di simile è accaduto all'interno di Phronesis: ci si è posti l'obiettivo di far comprendere al resto de mondo in cosa consistesse l'attività del Consulente Filosofico dopo aver dichiarate alcune parole impronunciabili (o pronunciabili solo a condizione di una lunghissima spiegazione terminologica). Qualche esempio? Pesco a caso: empatia, cura, terapia, cliente, emozioni, poesia, soluzione problemi, strategia, psicologia ( e tutte le varianti), maestro, esercizi, meditazione, obiettivi, metodo, tecniche, disagio, efficacia, ecc. ecc.
Naturalmente ogni esclusione ha le sue belle ragioni, che non sto qui ora a discutere. Perché mi interessa invece osservare la conseguenza di questo modo di procedere: l'incredibile difficoltà di far capire al pubblico dei potenziali interessati cosa sia realmente e concretamente la consulenza filosofica. Perché ci mancano le parole, perché non abbiamo parole chiare che un pubblico di non filosofi possa accogliere come esplicative ed esaurienti. Di qui l'impossibilità di promozione pubblica di questa pratica. E la crisi della professione.
Ma allora cosa voglio concludere, che bisogna tornare indietro e usarle tutte? No, se sono state escluse un motivo c'è. Piuttosto si tratterebbe di valutare se quei motivi sono ancora TUTTI consistenti e validi, o se abbiamo enfatizzato troppo alcuni aspetti a danno di altri. L'esperienza ci ha forse insegnato qualcosa? O non è servita a nulla?