A cura di Stefano Zampieri
responsabile di Zona Filosofica

giovedì 25 febbraio 2016

Un "pensiero della pratica" per la Consulenza Filosofica

"Mi sembra oggi per me irrilevante mettermi a disputare su ermeneutiche e ontologie, o criticare coloro che pretendono di delineare metafisiche dell'assoluto o manifesti del supposto nuovo pensiero. Per farlo seriamente, dovrei essere convinto della possibilità di costruire ragioni assolutamente oggettive, metafisiche indubitabili, argomenti "assoluti". Fortunatamente, o sventuratamente, si è fatto per me evidente che ogni conoscenza presuppone delle operazioni, una "prassi teorica", diceva Husserl: solo al suo interno compaiono i soggetti, gli oggetti, le presunte cose stesse o in sé e le "ragioni", che sono appunto risultati e non premesse già date o "esistenze" che vivono in un limbo immacolato, in attesa di venire "scoperte"." (Carlo Sini)
Se è così, e io ne sono convinto, allora è tempo di superare una volta per tutte un doppio equivoco: da un lato che si può essere Consulenti Filosofici a partire da qualsiasi filosofia, e dall'altro, all'opposto, che la Consulenza Filosofica abbia invece necessità di una propria filosofia di riferimento (sia il neostoicismo delle Scuole antiche o l'esistenzialismo psicologistico o qualcos'altro). Entrambe queste posizioni trascurano ciò che opportunamente Carlo Sini ci fa notare. Solo dalla riflessione intorno al nostro concreto agire, cioè da quel momento riflessivo che Achenbach ha nominato come meta teoria praticante e Sini, più chiaramente come "pensiero delle pratiche",  è possibile far emergere, "produrre" oggetti e soggetti della nostra attività. Senza i quali il lavoro resta casuale e dilettantesco.   Ma questo lavoro di secondo livello è mancato e tutt'ora non è tra le priorità dei Consulenti Filosofici.

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