A cura di Stefano Zampieri
responsabile di Zona Filosofica

giovedì 18 febbraio 2016

Oltre l'antropologia dualistica

E' possibile distingue la Consulenza Filosofica dalle pratica cosiddette PSI o ibridate al mondo PSI ? NO, secondo me no, la distinzione è impossibile sulla base del vocabolario attualmente in uso nell'ambiente filosofico anche quello della pratica filosofica perchè quel linguaggio presuppone ciò che usa e pur distinguendosene lo conferma.
Per realizzare una autentica distinzione bisognerebbe decostruire almeno alcuni perni essenziali della cultura PSI. A mio modo di vedere, è un grave difetto dei consulenti filosofici (e anche mio, sia chiaro) non aver compreso subito che preliminare ad ogni distinzione era l'emersione di una antropologia non dualistica, capace di ripensare il rapporto uomo/mondo che è il vero oggetto della Consulenza Filosofica.

Tutte le antropologie dualistiche pensano in questo rapporto un terzo inteso variamente quale medium - la psiche - secondo una struttura di rapporti che varia da scuola a scuola, da metodo a metodo, senza che però nessun approccio psi sia in grado di aggirare quella formula di partenza uomo/psiche/mondo. Ciò che sta in mezzo, il punto di contatto o di mediazione (come la ghiandola pineale cartesiana) è di volta in volta nominato come empatia, come relazione, come ascolto, come dimensione emotiva, ecc. (ma anche come "pensiero"), mentre ciò che sta al di qua della relazione è collocato spazialmente nella dimensione di un interno - distinto dall'esterno spazio mondo.
Fintanto che la Consulenza Filosofica resterà presa in una prospettiva dualistica NESSUNA distinzione sarà mai abbastanza solida e credibile.
In questo senso a mio avviso cade anche il presupposto della "neutralità" (che è comunque sempre solo apparente): è vero, io ritengo che la Consulenza Filosofica per essere ciò che in fondo avremmo voluto fin dall'inizio e molto ingenuamente abbiamo cercato collettivamente e individualmente di pensare, debba assumersi questo onere di RADICALITA', affrontare il rapporto uomo/mondo da una prospettiva non dualistica. E' un lavoro enorme, è una frontiera avanzata della ricerca filosofica del nostro tempo, ma chi ha esperienza di Consulenza Filosofica è in una posizione privilegiata, si trova in prima linea, solo che lo voglia, beninteso.

1 commento:

  1. Certo, una pratica filosofica "advaita"... Torniamo all'embricazione di agire, pensare, parlare, essere. Il lavoro che proponi è enorme, ma vi sono già diversi tasselli del mosaico ben collocati. Tradizioni "Vedanta" a parte (e buddhistiche, come lo Yogacara), non manca qui anche in Occidente abbia pensato il corpo come corpo simbolico, parlante, certo equivoco, come equivoco è anche il linguaggo verbale... Tu parli di "gesto", spesso. Plotino dice in un passo: "Spesso anche qui ci si intende con un semplice sguardo" ("qui", cioè nel mondo sensibile, come, secondo lui, nel mondo delle idee). Il platonismo mi affascina anche per questo. A torto considerato per lungo tempo "dualistico" (quasi proiettando su di esso il modello cartesiano del rapporto anima-corpo), si tratta, in effetti, di un radicale monismo. Certo, ai limiti dell'acosmismo... Ma, se tutto è uno, ha poi così senso distinguere se si tratta di "materia", "energia", "spirito"? Sono solo parole (come dice la canzone). Quello che ci interessa è come questo "qualcosa" ci permetta di vivere, comunicare, intenderci, amare. Più vicina a noi la fenomenologia ha tentato di pensare quest'identità soggetto-mondo (noesi-noema) a partire da una nozione radicale di esperienza vissuta. Insomma, premesse culturali abbondano...

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