A cura di Stefano Zampieri
responsabile di Zona Filosofica

domenica 21 febbraio 2016

Il gioco del taboo

C'è un gioco che chiamano "Taboo", e che consiste nel far indovinare una parola ai propri compagni di squadra non potendo però utilizzare una serie di parole, quelle che ovviamente renderebbero facile l'identificazione. Ad esempio, far indovinare la parola "Arresto", senza poter utilizzare "Polizia", "Stop", "Liberare", "Imprigionare" e "Manette". E così ciò che potrebbe essere molto semplice diventa improvvisamente arduo.
Qualcosa di simile è accaduto all'interno di Phronesis: ci si è posti l'obiettivo di far comprendere al resto de mondo in cosa consistesse l'attività del Consulente Filosofico dopo aver dichiarate alcune parole impronunciabili (o pronunciabili solo a condizione di una lunghissima spiegazione terminologica). Qualche esempio? Pesco a caso: empatia, cura, terapia, cliente, emozioni, poesia, soluzione problemi, strategia, psicologia ( e tutte le varianti), maestro, esercizi, meditazione, obiettivi, metodo, tecniche, disagio, efficacia, ecc. ecc.
Naturalmente ogni esclusione ha le sue belle ragioni, che non sto qui ora a discutere. Perché mi interessa invece osservare la conseguenza di questo modo di procedere: l'incredibile difficoltà di far capire al pubblico dei potenziali interessati cosa sia realmente e concretamente la consulenza filosofica. Perché ci mancano le parole, perché non abbiamo parole chiare che un pubblico di non filosofi possa accogliere come esplicative ed esaurienti. Di qui l'impossibilità di promozione pubblica di questa pratica. E la crisi della professione.
Ma allora cosa voglio concludere, che bisogna tornare indietro e usarle tutte? No, se sono state escluse un motivo c'è. Piuttosto si tratterebbe di valutare se quei motivi sono ancora TUTTI consistenti e validi, o se abbiamo enfatizzato troppo alcuni aspetti a danno di altri. L'esperienza ci ha forse insegnato qualcosa? O non è servita a nulla?

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