A cura di Stefano Zampieri
responsabile di Zona Filosofica

giovedì 25 febbraio 2016

Un certo equivoco imbarazzante.

Da dove ripartire? Io credo sia necessario ripartire dalla osservazione di una pratica nuova che però dopo pochi anni mostra già la corda, soprattutto perché lo scarto tra ciò che gli operatori pensano del loro lavoro, e ciò che i potenziali fruitori percepiscono appare incolmabile, uno scarto che è manifestamente di natura linguistica, nel senso che i filosofi pratici e i potenziali consultanti parlano letteralmente lingue diverse. Ma questo, lungi dal potersi risolvere con una banale "traduzione" determina invece una condizione di incomunicabilità profonda, che è il primo motivo della difficoltà nel promuovere la professione e quindi del mancato decollo della Consulenza Filosofica.  Laddove il filosofo pratico lavori, lo fa sulla base della sua propria personalità molto più che della originalità della pratica che offre. L'incomunicabilità, in realtà si protrae spesso anche all'interno dello studio del Consulente, non tanto nel dialogo come tale, quanto piuttosto nei suoi presupposti e nelle sue finalità, spesso assai diverse tra Consulente e Consultante, il quale apertamente o meno, riconduce il colloquio a una qualche forma magari più amichevole, più piacevole e persino più interessante, delle tradizionali pratiche psi.  Sempre lì ci si trova, ad onta della volontà e delle dichiarazioni del Filosofo.
Ma nessuna pratica può essere fondata sul malinteso. Prima o poi l'equivoco appare. E mette tutti in imbarazzo.

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